Recensioni

E’ datato 1974 uno dei più folgoranti esordi dell’intera musica italiana, si chiama Ingresso libero ed è il primissimo lavoro firmato da Rino Gaetano. Nascosto dietro lo pseudonimo salgariano di Kammammuri’s, nel ’73, Gaetano aveva pubblicato I love you, Maryanna / Jaqueline, prodotto da RosVeMon – Aurelio Rossitti, Antonello Venditti, Pietro Montanari -, un 45 giri composto da due brani dai testi goliardici e criptici, ricchi di sensi nascosti e allusioni assonanti, confuse e incerte. Rino Gaetano è timidissimo, insicuro, essenzialmente stonato e non vuole assolutamente cantare le proprie canzoni, ma Vincenzo Micocci, amico e proprietario della casa discografica It, lo convince/costringe a farlo. Ingresso libero è dunque il primo risultato di un esperimento pienamente riuscito, il primo tassello di una poetica nuova, lunare, a suo modo lisergica e immersa interamente nel proprio tempo, pur prendendo le distanze da certi formalismi folk del cantautorato romano di quel periodo.
La formula vincente del disco è quel mix di afflati freak, giochi pop, canzone d’autore acuta, politica e, tematicamente, alla moda. Dentro a Ingresso libero, insomma, convivono già tutte le differenti spinte che andranno via via definendo la poetica di Rino Gaetano anche nei dischi successivi. Dall’album emergono, in modo poeticamente riuscito, due filoni tematici: il rapporto con l’amore, con la propria donna, insomma la sfera del privato, dell’intimità (Tu, forse non essenzialmente tu, Supponiamo un amore, I tuoi occhi sono pieni di sale) e testi ricchi di considerazioni profondamente politiche, narrative, quadretti molto esaustivi del tempo in cui si parla di desideri eversivi, di sfruttamento, di abuso di droghe (Agapito Malteni Ferroviere, L’operaio della FIAT “La 1100”, A Khatmandu). Se Tu, forse non essenzialmente tu è, ad oggi, esempio straordinario di un nuovo modo di cantare di amore, di solitudini e malinconie a lui connesse – il tutto attraverso un ragionamento che ricorda un po’ certi approcci al racconto introdotti in primis da Luigi Tenco (“Tu, forse non essenzialmente tu: un’altra… ma è meglio fossi tu” ricorda il modus analitico de “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare…”) -, Agapito Malteni Ferroviere è un evidente tributo musicale/tematico a Il bombarolo di Fabrizio De André, brano cardine del concept album Storia di un impiegato, uscito poco prima, nell’ottobre del 1973. Ai testi ricchi di rimandi ora struggenti ora ironici, si vanno a unire musiche di volta in volta vicine alla ballata (Supponiamo un amore) o giocose e scanzonate (è il caso di Ad 4000 D.C.).
Un disco seminale, bello anzitutto, molto interessante, di ampissimo respiro, che ha, come valore aggiunto, tutta l’estemporaneità creativa dell’esordio.
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