Recensioni

Becuzzi goes America, potrebbe essere un bel titolo in modalità Kaurismaki ma purtroppo del grottesco del regista finlandese non c’è nulla. C’è però l’analisi lucida e disillusa di un presente che era preconizzabile da tempo se solo ci si fosse posti il problema. Becuzzi è uno che i problemi se li pone e riesce pure a contestualizzarli, a farci delle riflessioni, nonostante usi una musica prevalentemente strumentale. Che nel caso specifico di American Requiem è (ehm) molto americana senza però esserlo nel modo in cui siamo soliti intenderla, ma filtrata (ovviamente) dalla sensibilità del nostro e soprattutto dallo sguardo trasversale che dai tempi delle svisate industrial ha sempre caratterizzato le sue musiche. In soldoni, qui c’è il blues, la musica più americana possibile (ok, ci sarebbero millemila distinguo da fare ma ci siamo intesi, spero) ma c’è come eco distante filtrata dal caleidoscopio da grey area: non alla maniera dei Suicide, per capirsi, ovvero mischiato col rock’n’roll, ma deformato, deturpato, dai droni che accompagnano le musiche di Becuzzi da qualche tempo ormai: in Oh Death Part I, per intendersi, riesce a unire il traditional O death (nell’interpretazione del banjoista bluegrass Ralph Stanley) con il doom catacombale, o, come nelle due parti di U.S. Ghost, riesce a recuperare in forme hauntologiche voci lomaxiane che è facile percepire come fantasmi, presenze/assenze, retaggio del fallimento a stelle e strisce, su tappeti dark-ambient. La cosa, si sarà capito, funziona eccome, e rende le atmosfere di questo requiem dilatate, matericamente nebbiose, funestamente portatrici di presagi. Dentro American Requiem, intorno ad American Requiem, è facile ritrovare una costellazione di riferimenti che vanno dai primi Earth a “La strada” di Cormac McCarthy, dall’american nightmare agli Swans, al southern gothic di Faulkner, ai predicatori neri, ai Sunn O))) e ad Alan Lomax. Tutto questo, e moltissimo altro, deformato dalla chiave interpretativa fornita da Becuzzi, ovvero come l’american dream sia diventato sfacelo, desolazione, disfacimento, disillusione: il canto dell’autore su quella che reputo il pezzo emblematico di questo lavoro, ovvero The Time Is Over, credo renda meglio di mille parole l’intento e il risultato di questa devastante radiografia del presente. Ovviamente declinata in nero, come nero appare l’orizzonte.
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