Recensioni

7.4

“Non tutti sunn o))) che…”: boutade (troppo ghiotta per farsela sfuggire) a parte, il maestro Becuzzi continua il suo percorso di ricognizione sul suo suono, addensando sempre più materiali “rock” (l’armamentario, prevalentemente) alle oscurità diciamo ideal/ideologiche del suo fare musiche negli ultimi “n” anni (plurale voluto e dovuto, viste le varie espressioni del Nostro).

Esattamente com’era per In Between, l’ultima prova a suo nome (e prima ancora con Voices, a segnare una sorta di ideale trilogia), anche qui ci troviamo di fronte a un monolite nero-pece, peraltro perfettamente ripreso dalla bellissima immagine di copertina, insieme all’artwork opera della falange industrial-furlana, rispettivamente Stefano “Silentes” Gentile per l’immagine e Cristian Deison per l’artwork. Le similitudini, anzi, la continuità però, non è meramente estetica ma anche sostanziale: se lì il fulcro erano la figura dell’artista/sciamano e le difficoltà nel far valere il suo messaggio, qui il ruolo è affidato al suono, massi- e minimalista al contempo, come elemento ancestrale e insieme forza spirituale (ri)generatrice. E di suono ce n’è eccome nelle nove tracce, per l’ora e mezza di questo doppio CD: potente e ottundente, così come etereo e oscuramente impalpabile, in una continua alternanza tra, si accennava sopra, massimalismo e minimalismo, presenza e assenza, aperture e chiusure, in un continuo fluire di rimandi interni tra le stesse tracce a dimostrazione di una concezione del suono prima ancora che del disco in sé come un unicum, Becuzzi ci trasporta nelle eteree altezze (non meramente geografiche) tibetane e negli antri più ossianici e profondi dell’oscurità; si fa materico e duro, possente e inespugnabile tanto quanto la pietra che ritorna incessantemente come leitmotiv nell’artwork (al punto che farebbe felice il Caillois de La scrittura delle pietre) ma, esattamente come la pietra, si fa friabile e pronto a modulare e accogliere in sé altri input e altre “variazioni”, in un range che raccoglie e rielabora decenni di droning, industrial, dark-ambient.

Ne esce un disco che è, come accade spesso col Becuzzi recente, una esperienza: spirituale, rituale, mistica ma anche fisica, sonora, palpabile, al punto che chiudendo gli occhi e ascoltandolo al buio ci si sente davvero trapassati fin nelle più intime profondità dell’animo da una forza “altra”, ormai quasi dimenticata tra materialismo d’accatto e puerili preoccupazioni del quotidiano. «La musica è il mio mana. L’Arte è la nostra speranza», chiosa l’autore nelle liner notes, e a noi non resta che immaginare un mondo migliore basato su questa sorta di manifesto oscuro al neo-spiritualismo.

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