Recensioni

7.2

Nel 1984 la Apple commercializzò il primo Mac, Berlinguer fu colto dall’ictus che lo avrebbe portato alla morte, una delle prime santone all’italiana, Mamma Ebe, fu condannata a dieci anni di galera, vengono arrestati i due componenti della fantomatica cellula neonazista Ludwig, a San Benedetto Val di Sambro esplode il Rapido 904 col solito “marchio d’infamia” neofascista (cit. Sandro Pertini), la nube tossica fuoriuscita dagli stabilimenti della Union Carbide provoca più di duemila morti a Bhopal e il mostro di Firenze colleziona altre due giovanissime vittime. Accanto a queste brutture, una formazione chiamata Limbo cominciava le sue trasmissioni – ogni riferimento alla grey area è decisamente voluto – con un nastro autoprodotto e in quella formazione, seminale per certo underground non solo italiano, militava Gianluca Becuzzi che ora (auto)celebra il quarantennale di attività, invero multiforme, con questo The Child And The Abyss. Un lavoro di rilettura, attualizzazione e riadattamento di una manciata di tracce estrapolate, come accennato, da una discografia davvero corposa com’è quella del musicista italiano, suddivisa in varie sigle – accanto ai citati Limbo, troviamo Noise Trade Company, Kinetix, Grey History, Kirlina Camera, Pankow, prima della svolta omonima di questo squarcio di terzo millennio – e ovviamente con altrettante varie declinazioni (industrial, wave virata dark, elettronica, droni, doom, ecc.) di una personalità sonora tanto ampia quanto sempre ben focalizzata.

Insieme a qualche cover – Children Of God degli Swans, Venus In Furs dei Velvet Underground e We Will Fall degli Stooges, queste ultime unite in una specie di medley del disagio – le riletture odierne pescano dal passato più lontano, una Carnalia più “muscolare” e una Red Latex Jesus ossessivamente tribal-post-punk appartengono all’epoca Limbo, così come da quello più “laterale” (una più corposa e apocalittica Her Cold Lips, tratta dalla discografia Noise Trade Company) e recente (Evening Star da Black Mantra, Where The Grass Grows High e If The Crows Are Hungry da Deceptionland), evidenziando una coesione stilistica notevole pur partendo da una, anzi, da molte prospettive diverse. Segno questo che la matrice di fondo dell’universo musicale di Becuzzi è piuttosto ben strutturata e riconoscibile, così come la sua capacità di deformare, piegare, risemantizzare episodi anche piuttosto distanti nel tempo stratifica altri possibili significati e chiavi di lettura a pezzi già ben contestualizzati nelle loro composizioni originali.

Tutto questo (e molto di più, compresi i 3 video del dvd allegato opera di Alessandro Bracalente) in una operazione auto-celebrativa che in 99 casi su 100 sarebbe sembrata bizzarra per non dire tronfia o, nella migliore delle ipotesi, impregnata di un nostalgismo autoconsolante e che invece nel caso specifico è “semplicemente” l’ennesima dimostrazione di un percorso musicale coeso, sentito, sensato e proprio per questo in continua e fiera evoluzione.

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