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Il quindicesimo capitolo discografico (salvo smarrimenti contabili) di Gerardo Balestrieri arriva nel panorama cantautorale come uno schiaffo. Non è un album semplice, pure se assai immediato, e questo perché la sua immediatezza sembra prodotta da una grammatica di sconcerto di fronte a un tempo carnefice. Balestrieri, figura difficilmente classificabile che da anni presidia le trincee della canzone d’autore con l’imprendibilità di un artigiano e il piglio aspro del polemista, ci consegna Canzoni di rabbia e di guerra: un’opera che, per ammissione del suo autore, è un parto necessario e ineluttabile, estorto non dall’ebbrezza creativa ma dal malessere di un clima teso e minaccioso che sfilaccia la fibra morale della collettività.

Insomma: non è stagione di leggerezza e Balestrieri ne metabolizza l’amaro, rifiutando tuttavia la facile isteria del j’accuse contro simboli e fazioni. L’analisi si concentra sulla sostanza delle rovine, sull’orrore condiviso e sulla condizione delle vittime, la vera e tragica dinamica del potere. La rapidità con cui il progetto è sorto, quasi una reazione istintiva al morso dell’attualità, non si traduce in un suono a pronta presa, anzi la produzione e il mixaggio di Carlo Di Gennaro hanno conferito alle otto tracce un suono fitto e profondo, una tessitura densa che sembra quasi chiedere all’ascolto di posarsi ed esplorare.

Le radici del disco affondano decisamente nella tradizione cantautorale italiana più ortodossa, ma la sua linfa è corroborata da un humus spigoloso e variegato. L’ossatura è un rock essenziale, quasi sferzante, sporcato da inflessioni blues che ne inaspriscono il timbro: il rock di un non-rocker che utilizza il rock perché forma più adeguata per la sostanza. A questo si aggiungono tenui richiami mediterranei che non esitano a deragliare verso improvvisi scarti punk o a ritrarsi nel respiro intimo e fosco della ballata. L’urgenza dei testi è calata su una trama imbastita da un vero e proprio collettivo di quindici musicisti, un’orchestra cangiante che intreccia piano elettrico, synth, fisarmonica e percussioni distopiche, fino all’uso diegetico di sonagli, catene e incudine (!).

Il taglio narrativo, ruvido e diretto, allinea Balestrieri a certo cantautorato rock impegnato ma privo di filtri e accomodamenti: la schiettezza linguistica e il piglio agro con cui si avventura nell’analisi sociale riecheggiano il primo e più aspro Claudio Lolli – quello, per intenderci, ancora poco addolcito dalla rarefazione poetica – mentre il tono caustico e la durezza del racconto, a tratti beffardo, evocano una cifra espressiva in bilico tra Massimo Volume e Vinicio Capossela.

L’incipit è una secchiata d’acqua gelida: 50mila morti, con la collaborazione vocale e autoriale di Pierpaolo Capovilla, è un pugno nello stomaco che definisce il centro (po)etico del lavoro. Si tratta di una denuncia di limpida ferocia che trafigge il cinismo della società dello spettacolo e la nostra patologica (o, se preferite, sistemica) propensione all’indifferenza, sigillata da un verso che suona come un epitaffio collettivo: “morti morti 50.000 morti e non ce ne siamo accorti”. Altro picco di disagio meditato è Si fa presto a cantare d’amore, dove Balestrieri mette l’ascoltatore e se stesso davanti all’immoralità della distrazione, al rifugiarsi nei sentimenti più quieti e tenui quando il dramma divampa sullo scenario collettivo. C’è poi la cavernosa Kurtz, un blues che – nelle parole del suo autore – “scorre tra il Congo e la Cambogia”, il testo ispirato al monologo di Marlon Brando in Apocalypse Now e un piglio farneticante che tende verso l’astrazione waitsiana.

Se Neanche una parola in Occidente insiste sul tema della distrazione implicita al sistema mediatico/spettacolare in sella a un etno-punk corrosivo, La paura è invece una java che ciondola malmostosa nella penombra dell’anima. Detto di una Festival apparentemente fuori contesto col suo approccio ironico nei confronti della kermesse sanremese e della relativa febbre da iper-esposizione, la suggestiva Mare beccheggia in un trepido alternarsi di luce e ombra, la rotta puntata in direzione di una speranza sempre più ipotetica e smarrita.   

Da segnalare, infine, la scelta distributiva: l’album non è presente sulle principali piattaforme digitali, ma solo in formato fisico. Un gesto che, nell’attuale fluidità del mercato musicale, restituisce un peso concreto all’opera, rifiutando l’intangibile in favore di una presenza reale e ostinata.

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