Recensioni

Un fantasma si aggira nell’immaginario sonoro italiano, tra guilty pleasure e sogni fradici, tra alternativa disossata e popular sdoganato. Non possiamo non dirci figli di tutto quello che ci ha cullato, in quella culla espansa che è la vita tutta intera, ed ecco che prima o poi avviene l’inevitabile restituzione: fare i conti con la canzone radiofonica e danzereccia dei ‘60, dei ‘70 e degli ‘80, quella che magari uno pensava servisse solo a farsela scivolare addosso, a innescare il brivido svagato delle giunture che si piegano a tempo, a canticchiare nella sostanziale assenza di sé, ma che invece ha lasciato un’impronta in grado di provocare sconquassi e avviare processi profondi, che poi riaffiorano più o meno trasfigurati, più o meno compiuti e densi, a dare sfoggio di sé.
È quello che accade a vari livelli in tanto it-pop, spesso con più opportunismo che padronanza, ma che sa anche riemergere con una consapevolezza ad alto peso specifico ad esempio negli ultimi lavori di Umberto Palazzo oppure da anni negli impagabili Maisie, così come a un livello appena più omeopatico accade nei Mariposa e più di straforo in Alessandro Fiori. Ed è quello che capita di sentire anche nel nuovo lavoro di un sorprendente Gerardo Balestrieri, sorprendente perché noto da queste parti per la sua attività di autore, pianista e cantante “caposseliano”, ovvero alle prese con folk mediterraneo e latinoamericano, jazz, miraggi mediorientali e umori balcanici, come se ogni suo disco fosse un ponte tra epoche e scenari (tra mondi),un po’ come in fondo è quella Venezia in cui – seppure intimamente apolide – risiede.
Dancing lo vede quindi mettersi a stregoneggiare sornione dietro a sintetizzatori, tastierine e drum machine per dare vita – coadiuvato da Alice Ronzani alla voce, Giorgio Boffa al basso e Stefano Ottogalli alle chitarre – a otto canzoni che fanno girare la girandola estiva di un pop colorato, acrilico, adesivo, eppure attraversato da un riverbero sconcertante e a suo modo sinistro, forse perché costruito con le scorie subliminali di mille canzoni triturate da onde radio ad alzo balera. Già, perché il “dancing”, azione che si fa luogo anzi dimensione, è il tema che attraversa la scaletta, con gli indizi geografici, i tic e i feticci disseminati a tracciare uno stradario fossile e tuttavia ancora solido, come i percorsi mentali, il dress code, le avventure vaporizzate all’alba, i sogni intrappolati nelle ciglia, i caffè nell’autogrill, gli esotismi da calendario e via discorrendo, a comporre un quadro ancora febbricitante e popolato.
La scaletta si apre con la title track che fa collassare il synth-pop succinto dei Trio (li ricordate, vero, quelli di Da Da Da?), certo epos Paolo Conte (ma nulla a che vedere con la sua Dancing) e l’alterità svenevole di Giuni Russo, per poi passare a una Non mi piace che sbozza un Battiato pastello – tra Sentimento nuevo e Centro di gravità permanente – e il Battisti di La canzone del sole su una tavolozza acrilica a pochi bit, al twist di Vasto Abrakadabra (una versione patafisica di Peppino Di Capri?) e a quella Anche ed orecchie che frulla Vecchioni, Umberto Balsamo e – massì – ancora un po’ di Battiato. Per non tacere della cavalcata rock speziata d’oriente di È finita la scuola, del reggaettino matematico di Mi piace, del soul umidiccio à la Enzo Carella di Fiume giallo Singapore e della rumba flamenca indiavolata di Lisa e Metaponto (con quel ritornello che sembra citare addirittura Black Star di Bowie).
E in tutto questo, lo spaesamento effervescente di testi che giocano a far frizzare le parole una sull’altra, una contro l’altra, l’attualità che gratta la pancia alla nostalgia, oggi come riflesso di uno ieri futuribile, melodie escapiste col riflusso incorporato in un mondo incattivito e tragicomico, mentre le stelle si spengono e i fantasmi stanno a guardare. Con le loro colpe, ma anche una certa dignità.
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