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Ci eravamo lasciati con lo stupore per quella meraviglia di Rogue One: A Star Wars Story, probabilmente l’unica opera cinematografica solidamente costruita dalla Disney da quando ha messo le mani sulla Lucasfilm (fino alla più recente Andor, che non a caso pesca a piene mani dallo stesso contesto). Questo giovedì, 28 settembre, uscirà quindi nelle sale The Creator, la nuova fatica di quel regista, Gareth Edwards, perennemente ossessionato da quelle che un tempo erano considerate inquietudini post-moderne e che oggi hanno quasi il sapore di un classico senza tempo.
Nel contesto storico che stiamo vivendo, in cui tutto è sequel, reboot, revival, fa quasi strano ricevere un’opera originale che però non disdegna la citazione intelligente, né riduce tutto ad essa (come faceva un certo J.J. Abrams, vedasi Super 8 o ancora di più Star Wars: Il risveglio della Forza). È vero, The Creator si immerge in un mondo post-apocalittico che non può non far pensare all’incubo immaginato da James Cameron in Terminator, e allestisce un dialogo tra umani e robot dotati di intelligenza artificiale che ha condito la fantascienza post-moderna e cyberpunk per almeno gli ultimi 60 anni.
Edwards, dal canto suo, fa del suo meglio per tenere tutto su un livello che è profondamente umanista e poco interessato alle derive spettacolari di certa fantascienza disimpegnata; non è un caso che i personaggi “più umani” della pellicola siano le stesse intelligenze artificiali, rimandando direttamente al discorso imbastito da Philip K. Dick nel corso di tutta la sua carriera (per l’occasione vi rimandiamo alla raccolta di saggi La ragazza dai capelli scuri, Fanucci, 2014) e che venne a sua volta ripreso e riadattato nell’immortale Blade Runner di Ridley Scott.
The Creator non brilla quindi di originalità tout court, ma è originale il modo in cui sceglie di veicolare certi messaggi, di riadattarne alcuni e di riproporre vecchie ossessioni sempre attuali, come ad esempio la denuncia al lato guerrafondaio degli Stati Uniti d’America, sempre pronti a rintracciare un nemico X per il gusto di dispiegare le proprie risorse e di riaffermarsi come super potenza globale e ma incline all’autocritica costruttiva (il rimando anche visivo al Vietnam e alle guerre più recenti permea tutto il film). Il viaggio dell’eroe, prima disilluso e poi pregno di speranza, si arricchisce di un nuovo e interessante capitolo, con il nostro Joshua alle prese con un miracolo evolutivo (e qui il rimando e ai recentissimi Blade Runner 2049 e The Last of Us).
Nonostante una sceneggiatura non sempre all’altezza per tutta la sua durata, Edwards costruisce letteralmente un mondo affascinante e ammaliante dal punto di vista visivo, ricorrendo come già fatto ai tempi di Rogue One a pochi e minuziosi dettagli scenografici e relegando sullo sfondo l’uso della computer grafica, dosata quanto basta per un atto finale a dir poco esplosivo. Non stupisce, infine, che la costruzione narrativa sia divisa per blocchi specifici e ambientazioni, favorendo ulteriormente quel dialogo mediatico tra cinema e videogame che nell’ultimo decennio ha regalato vere e proprie perle di riferimento (Mad Max: Fury Road, per citarne solo una) e su cui andrebbe elaborata una riflessione molto più ampia.
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