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7.5

Eravamo rimasti alla deludente Obi-Wan Kenobi, che pur contando sul ritorno di Ewan McGregor e Hayden Christensen nei ruoli interpretati nella trilogia prequel di Star Wars, non era riuscita a restituire la stessa epicità, mostrando le crepe di un universo in continua espansione ma privo di idee significative, sia dal punto di vista narrativo che visivo (e in uno scenario in cui compaiono mondi alieni e spade laser, è una grave pecca). Andor interviene proprio nel momento più basso della storia commerciale (disneyana) della galassia lontana lontana per risollevarne le sorti, per portare il tutto a un registro se non più adulto, almeno più convincente per intenzioni e resa effettiva.

Rimettendo indietro le lancette a cinque anni prima della missione al centro di Rogue One: A Star Wars Story (ad oggi il tentativo cinematografico a tema Star Wars più convincente dai tempi della trilogia prequel), l’obiettivo è quello di costruire un’imponente impalcatura dal look molto più realistico e meno favolistico, per innescare una discussione prettamente politica. Cassian Andor, contrabbandiere esperto, è in cerca della sorella perduta anni prima durante il massacro sul suo pianeta natale. Nel corso delle sue ricerche uccide a sangue freddo due agenti delle forze di sicurezza imperiali e da quel momento è costretto a darsi alla fuga. Verrà reclutato da Luthen Rael, che gli offre una ingente somma per una rapina ai danni dell’Impero. Inizialmente inquadrato come un mero mercenario, pian piano Andor maturerà la decisione di prendere una posizione e schierarsi nel conflitto che sta dilaniando la galassia.

Premesse semplici, trama solida. Proprio da dove aveva lasciato in Rogue One, sembra aver ripreso in Andor Tony Gilroy, che del film del 2016 era stato co-sceneggiatore. Nel corso di questa prima stagione (in totale saranno due, con la trama che andrà ad allinearsi alla pellicola nel suo finale), serviva una struttura dalla forma impeccabile non solo per appassionarsi alla vicenda, con snodi e situazioni ampiamente viste o accennate nei film del canone, ma per relazionarsi ed empatizzare con tutti i personaggi chiamati in causa. Perché Andor, a dispetto del titolo, lascia spesso in secondo piano il suo protagonista per dedicarsi maggiormente a una narrazione dall’impianto corale volta a dimostrare la tesi che qualunque tipo di reazione, di resistenza, di ribellione, può essere innescato solamente dalla forza (minuscolo) propulsiva del gruppo, dove il singolo è solo un piccolo ingranaggio all’interno di una macchina che viaggia spedita nella stessa direzione.

Così ci troviamo ad assistere alle manovre sotterranee di Luthen Rael (un magnifico Stellan Skarsgård), agli intrighi politici ed economici di Mon Mothma (Genevieve O’Reilly), all’organizzazione di un gruppo di ribelli la cui inesperienza è bilanciata dalla determinazione, alle spinte decise e prive di compromessi di Saw Gerrera (Forest Whitaker di ritorno nel ruolo dopo Rogue One, che in poche scene buca lo schermo). A rimarcare ulteriormente questa sua natura corale, arriva il terzo dei quattro blocchi narrativi in cui Andor è suddiviso, ambientato in una prigione imperiale/campo di lavori forzati, dove sarà l’unione del gruppo di prigionieri a permettere la fuga e una speranza di sopravvivenza (da rimarcare in questo segmento ci sono il Kino Loy interpretato da Andy Serkis e le sceneggiature impeccabili di Beau Willimon, noto per il suo incredibile lavoro in House of Cards).

Dal taglio carpenteriano (quindi non privo di una certa ironia narrativa), Andor prosegue compatto e spedito verso una conclusione (o meglio sospensione, in vita della seconda stagione) in cui troveremo un protagonista profondamente cambiato e ormai consapevole del suo ruolo nella galassia. Non c’è alcun dubbio che un prodotto di questo livello nell’universo di Star Wars mancava da parecchio tempo.

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