Recensioni

6.5

Nel 2023, a stretto giro dalla scomparsa del batterista Taylor Hawkins e della madre di Dave Grohl, Virginia, But Here We Are aveva restituito ai Foo Fighters un’urgenza rock che negli anni precedenti si era incrinata tra protagonismo (Sonic Highways), ambizione (Concrete and Gold) e voglia di deviare verso nuovi territori sonori. Vedi alla voce Medicine At Midnight, presentato all’epoca come il loro Let’s Dance. Tre anni più tardi, Your Favorite Toy riporta nuovamente tutto a casa: nello specifico un HC e, più in generale, un punk rock come veicolo di emozioni.

La forza della band di Dave Grohl resta quella di trasformare un linguaggio spesso segnato da emotional dysfunction (Nirvana, ma non solo) in qualcosa di euforico e accessibile: un’idea di fratellanza che passa attraverso muri di chitarre, capelli al vento e urla al cielo, capace di superare ogni trauma, morte compresa. Un equilibrio che negli ultimi anni ha subito inevitabili scosse, pressioni personali e pubbliche e crepe nell’immagine dello stesso Grohl, costretto a scendere a patti (e in terapia) con una figlia nata al di fuori del matrimonio.

Ciò che rimane è una macchina sonica che il band leader riesce a indorare da instancabile affabulatore qual è, abile nel nutrire il racconto attorno a sé tenendo nel contempo i riflettori puntati su un progetto che funziona soprattutto nella resa live. A proposito di quella, in line up qualcosa è cambiato: dietro le pelli siede Ilan Rubin, proveniente dai Nine Inch Nails, mentre Josh Freese, entrato stabilmente dopo la scomparsa di Hawkins, ha nel frattempo incrociato la galassia di Trent Reznor, in un curioso scambio di ruoli.

Your Favorite Toy insegue il sacro graal del ritorno agli esordi post-Nirvana, ma non ci troverete nuove This Is a Call, I’ll Stick Around o Big Me, né una vera profondità autocritica (l’eccezione è Child Actor). Piuttosto, storie di spacciatori scampati alla morte (Of All People) e un’identità riconoscibile fatta di mestiere rodato e di un residuo fisso di creatività ancora spendibile. Asking for a Friend, “una canzone per coloro che hanno aspettato pazientemente al freddo”, spinge sul versante più metallico del grunge; If Your Only Know vira su un hard rock più classico; Caught in the Echo e Amen, Cavemen riallacciano i fili con l’hardcore melodico degli Hüsker Dü, mentre la title track risponde a un rock robusto e circolare. I testi si fanno più cupi del solito, i nervi si tendono ma le melodie non vengono mai soffocate, e qualcuna guarda ai Novanta più di altre (Window). Il risultato è un disco che rappresenta qualcosa (ma non molto) di più della scusa per una nuova tournée, con qualche inevitabile riempitivo lungo tutti i suoi 36 minuti.

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