Recensioni

Quando nel luglio del 1995 usciva il primo disco a nome Foo Fighters, in pochi avrebbero scommesso sul successo di un nome che fino a quel momento lì era legato al gergo militare. Quando si parlava di foo fighter, infatti, si faceva riferimento a oggetti non identificati nei cieli in cui si sta combattendo una battaglia, presenze inspiegabili che non si sapeva bene come approcciare. Di più, in pochi avrebbero fatto immediatamente l’equazione per cui dietro quel nome piuttosto anonimo — e nemmeno troppo originale se si pensa che lo slang dell’esercito è da sempre foriero di idee per la musica rock (pensate a Fugazi, altro slang militare che sta per “a fucked up situation”, sostanzialmente una missione che non va per il verso giusto) — si celava il batterista della band meno anonima del rock alternativo, anzi, proprio la band che aveva da qualche anno acceso la luce sul mondo del rock alternativo, dandogli una vita nuova, una prospettiva commerciale e anche uno slancio di popolarità mai visto prima: i Nirvana.
Dave Grohl, batterista dei Nirvana, ha 25 anni quando viene a sapere della morte del leader della band, Kurt Cobain. Non deve essere stato facile. In un’intervista recente, Grohl ha raccontato che il rapporto tra lui, Kurt e Krist Novoselic era caratterizzato da una sorta di “emotional dysfunction”: pur volendosi bene e condividendo un’amicizia sincera, la loro connessione interpersonale non era sempre semplice né lineare. Grohl ha definito quell’unione «concepita in paradiso» sul piano creativo, ma con dinamiche personali complesse che non si ritrovano (o ritrovavano, sarebbe interessante approfondire…) nella sua attuale band, i Foo Fighters. Non era così vicino a Kurt come lo è stato a Taylor Hawkins, e ha ricordato di aver vissuto con Krist e sua moglie quando si unì ai Nirvana, convinto che sarebbe durato poco. Eppure quella “disfunzione” si alleviava quando suonavano insieme, e per Grohl la musica era la forma di comunicazione più profonda che li teneva uniti.
Dopo la tragedia, Grohl entra in uno stato di depressione e si interroga su cosa fare: tornare a suonare la batteria in un’altra band? Le offerte non mancano, da Danzig a Tom Petty, ma lui non vuole; non si immagina dietro i tamburi per altri che non siano i Nirvana. Ed è per questo che a un certo punto decide di reagire nell’unico modo che poi avrebbe sempre avuto per mettere in fila i suoi pensieri, le sue riflessioni e le sue malinconie: con la musica. Nessuno si aspettava che il primo slancio di vita e di riscossa dopo quell’evento tragico al punto da definire un prima e un dopo nella Storia con la S maiuscola sarebbe arrivato proprio dal batterista, un musicista poco avvezzo a prendersi il fronte del palco, imbracciare una chitarra e cantare — prima di lui, a naso, mi vengono in mente solo Don Henley degli Eagles e Phil Collins, che però fa storia a sé.
Il 1995 è una sorta di “nuovo inizio” per la musica rock. Dopo il suicidio di Kurt Cobain le etichette discografiche non solo stanno ricoprendo di soldi le ‘band con le chitarre’, ma stanno proprio cercando la persona, l’idolo che avrebbe riempito quel vuoto. Gli Stati Uniti inoltre stavano vivendo un rinascimento della propria popolarità grazie alla ‘terza via’ di Bill Clinton, la crescita economica dovuta a una interessata e poco lungimirante strategia di privatizzazione e disintegrazione dello stato sociale; si preparava il terreno al grande exploit delle big tech, spostando l’economia sempre più verso territori immateriali.
Cosa stava succedendo dopo i Nirvana? Beh, se il Seattle sound stava diventando sempre più maturo (con i Pearl Jam già pronti a diventare i padri nobili del genere mentre i Soundgarden arrivavano nelle case di tutto il mondo con Black Hole Sun), l’indie viveva di piccoli exploit come quello di Beck con Loser o dei Weezer con Buddy Holly. Uno dei pezzi più ‘anni Novanta’ di sempre, Sabotage dei Beastie Boys, scalava le classifiche e l’heavy rotation su Mtv e una band di Chicago, gli Smashing Pumpkins, arrivavano al numero 1 con Mellon Collie and the Infinite Sadness, un concept album di due ore sulla depressione adolescenziale dove dentro c’era tutta la musica che si poteva immaginare (indie, alternative, grunge, metal, elettronica, industrial). Uno slancio di libertà creativa che raccoglie al meglio l’eredità della lezione dei Nirvana: da un lato uccidi i tuoi idoli, dall’altro prenditi lo spazio e il tempo per fare quello che vuoi. It’s better to burn out than fade away.
In un contesto del genere, che spazio poteva avere il batterista dei Nirvana? Dave Grohl, già nel 1992 aveva registrato alcune demo da solo nello studio di Barrett Jones a Seattle — canzoni come Alone + Easy Target, Big Me ed Exhausted — che fece ascoltare a Kurt Cobain, il quale li accolse con entusiasmo, dicendo: “Finalmente non devo essere l’unico songwriter!”. Dopo la morte dell’amico, Grohl decide di ripartire proprio da quelle tracce. Si chiude in casa e poi in studio, e in sei giorni registra a Seattle quello che diventerà il primo disco a nome Foo Fighters: una raccolta di canzoni rock dirette ed energiche, suonate e cantate interamente da lui. Batteria, chitarre, basso, voce: tutto suo, fatta eccezione per un cameo chitarristico di Greg Dulli degli Afghan Whigs in X-Static, unico segno che fuori da quella stanza esiste ancora un mondo. Il resto è un puro one-man-show. Quelle canzoni, inizialmente pensate per rimanere anonime, come un esorcismo personale, finiscono invece per attirare l’attenzione della Capitol, che ne intuisce il potenziale e decide di pubblicarle.
Foo Fighters suona oggi come l’istantanea di un momento di passaggio, un rito propiziatorio. Un esorcismo, più che un album. Registrato in pochi giorni ai Laundry Room Studio di Jones, è il frutto di una furia che dal vivo già non ha remore a prendersi tutto (chi ha assistito ai live dell’epoca ne racconta come di una scarica di energia e adrenalina fuori dal comune, e sì, stiamo parlando di uno che ha suonato coi Nirvana). Un disco che rimuove senza dimenticare, che trasforma il dolore in velocità e la perdita in riff. È rock chitarristico post-hardcore ma anche bubblegum punk, un misto tra Hüsker Dü e Beatles, tra l’urgenza dei Fugazi e la levigatezza melodica dei Pixies, così da far capire subito quali sono le bussole che orientano la scrittura di Dave Grohl (che negli anni diventerà sempre più pop e mainstream). Forse, a conti fatti, è questo il primo disco “post grunge” della storia.
Cosa ne avrebbe pensato Cobain? Grohl ha ammesso di non essersi mai posto la domanda, come biasimarlo. Racconta che per anni è stato giudicato per questo, e fin da subito. Una situazione scomoda, perché non si può creare o giudicare qualcosa secondo gli standard di qualcun altro. Per molto tempo ha tenuto segreto quel progetto, per paura del giudizio, ma fondare i Foo Fighters è stata la sua via per andare avanti, una vera e propria continuazione della vita. «Non volevo rimanere in quella situazione per sempre e non potevo. Avrei potuto soffocare».
Grohl non canta il dolore. Lo morde. «This is a call to all my past resignations»: già l’incipit mette in chiaro che questo non è un addio, ma un appello. This Is A Call, I’ll Stick Around, Good Grief – titoli che suonano come appunti psicoanalitici trasformati in hook da stadio. La voce di Grohl non ha ancora l’epica da arene degli anni Duemila, ma ha qualcosa che la rende più autentica: fragilità. In Big Me c’è già l’ironia da clip rotocalco, ma è come se il sorriso fosse ancora incrinato, forzato. Più avanti ci rideremo sopra, oggi no.
Quello che impressiona, non è solo l’abilità compositiva di un batterista che decide — prima — di fare tutto da solo e — poi — diventare band leader mettendo su il gruppo per girare dal vivo in supporto a Mike Watt dei Minutemen con Pat Smear dei Germs e la vecchia sessione ritmica dei Sunny Day Real Estate con Nate Mendel al basso e William Goldsmith alla batteria (Taylor Hawkins sarebbe entrato solo due anni dopo, finiti gli impegni relativi al tour di Jagged Little Pill di Alanis Morrissette, uno dei dischi più venduti degli anni Novanta) partendo dai piccoli locali, le aule di università, gli scantinati più o meno grandi della provincia dell’Impero per guadagnarsi negli anni il mondo, ma la sua capacità di canalizzare la ferita collettiva di un’epoca e trasformarla in energia produttiva. In un mondo in cui ogni trauma diventava brand (vedi il grunge stesso), Grohl preferisce l’artigianato. Il disco è grezzo ma non sporco, urgente ma calibrato. Come se ogni canzone fosse costruita con lo scotch e i cerotti.
Oggi i Foo Fighters sono una istituzione del rock americano e non solo. Quasi una E-Street Band dei reduci dell’hardcore, capace di tenere insieme i Germs, i Sunny Day Real Estate e lo spirito del classic rock che ha portato negli anni la banda a collaborare con tutti, da Bob Mould ai Led Zeppelin. Ma in questo primo disco non c’è ancora la grandeur, né la retorica. Solo un uomo da solo, che ha visto morire un amico, e che invece di affondare decide di suonare e suonare forte.
Foo Fighters sembra un documento spirituale. La prova che il rock, prima di diventare industria, è stato linguaggio. E che anche nei suoi giorni più bui, sapeva ancora salvare la vita di qualcuno.
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