Recensioni

Nell’autobiografia The Storyteller, all’interno del capitolo intitolato He’s Gone e dedicato in maniera specifica alla morte di Kurt Cobain – avvenuta come tutti sanno nell’aprile del 1994 – ed a quella dell’amico fraterno e roadie Jimmy Swanson, Dave Grohl ricorda: “Sapevo che la morte era definitiva. Sapevo che il lutto era una strada lunga e imprevedibile. In un certo senso, perdere Kurt mi aveva preparato a perdere Jimmy quattordici anni più tardi”.
Per quanto il best-seller – pubblicato due anni fa – sia principalmente imperniato sull’infanzia, l’adolescenza e la socializzazione del suo autore e sulle roccambolesche avventure e gli stupefacenti incontri che solo la vita di una rockstar del suo livello può regalare, è un capitolo sincero e diretto come questo che risulta tra i più significativi, memorabili ed esplicativi. Si, perché all’interno c’è un po’ tutta la filosofia di vita ed il segreto della apparente inesauribilità della spinta creativa che da allora in poi ha animato la carriera del frontman dei Foo Fighters. Tutte risorse interiori le sue che ora, a seguito della tragica scomparsa del batterista Taylor Hawkins e, a soli pochi mesi di distanza, della madre Virginia, come possiamo ben immaginare sono servite da ancora di salvezza e carburante necessario per affrontare un ritorno sulle scene che, con un colpo di reni, ha prodotto un album che pochi avrebbero scommesso la band sarebbe ancora stata in grado di realizzare.
In una delle canzoni più rappresentative e popolari del suo repertorio, Grohl l’aveva già messo nero su bianco: “It’s times like these you learn to live again / It’s times like these you give and give again”. Ed infatti, già il titolo But Here We Are serve a rimarcarlo: nonostante le sciagure, le prognosi infauste dei soliti profeti di sventura, la vita e la musica vanno avanti. E nonostante le premesse, questo disco non suona nemmeno come il prodotto di una band piegata su se stessa dal dolore, o peggio, del tutto annientata. Galvanizzati dagli attestati di affetto piovuti da tutte le parti – e culminati con le celebrazioni dedicate allo scomparso Hawkins attraverso due mega concerti tenutisi a Londra e Los Angeles lo scorso autunno – con queste dieci canzoni i Foo Fighters gettano il cuore oltre l’ostacolo e ripartono con rinnovate energie, dando alle stampe il loro miglior disco degli ultimi dieci anni almeno.
“I, I’m a new day rising/I’m a brand new sky/To hang the stars upon tonight/I am a little divided/Do I stay or run away/And leave it all behind?”. Il conflitto interiore e l’insicurezza che Times Like These così bene esprimeva si rispecchiano oggi nella richiesta di aiuto dell’iniziale Rescued: “I’m just waiting to be rescued/Bring me back to life/Kings and queens and in-betweens/We all deserve the right”. Alla luce delle circostanze della controversa morte del batterista, una canzone che fa cosi apertamente ed onestamente riferimento a questo tema sembra quasi rischiosa. Viene inevitabilmente da pensare alle accuse, le illazioni e le polemiche che hanno fatto seguito a quei tragici giorni. Ma da consumato animale da palcoscenico quale è, Grohl sa anche bene che sarebbe stato lapidato nel caso l’avesse fatto tanto quanto nel caso contrario. E la canzone, urgente e cruda resa ancora più dinamica da crescendo ed accelerazioni di efficacia chirurgica, serve indubbiamente a far partire tutto il disco con il piede giusto.
Se Sonic Highways e Concrete and Gold erano sembrati schiacciati dall’ambizione che ne aveva determinato la stessa realizzazione, e questo detto nonostante alcuni buoni singoli episodi non fossero mancati – Something From Nothing, I am A River, The Sky Is A Neighborhood solo per citarne un paio – il brutto e noioso Medicine At Midnight aveva tradito una mancanza di ispirazione mascherata da voglia di intraprendere strade musicali nuove, cercando al tempo stesso di fare omaggi fin troppo ossequiosi ai giganti del passato. La vera forza di Grohl e soci è sempre stata la capacità di mantenersi in bilico con grande maestria e gusto tra la tradizione del rock più classico e di quello cosiddetto “alternativo” nel quale si sono fatti le ossa. Una miscela musicale non facile da ottenere comunque. Il ritrovato, spontaneo e grintoso vigore che percorre i solchi della prima metà del disco in canzoni come la title-track, Hearing Voices, Under You e Nothing At All sembra provenire da quella cantina nella quale, a metà degli anni 90, Dave si ritrovò a registrare i demo di quello che sarebbe stato il suo primo album post-Nirvana.
I rimandi stilistici e sonori a quel decennio sono il secondo fattore vincente dell’album; la cifra stilistica più adatta per accompagnare musicalmente il tormento interiore che i testi esprimono. Messi da parti i classicismi ed i luoghi comuni del “dad rock” – sfottò più o meno meritato al quale la band nel frattempo si sarà abituata. E cosi, Nothing At All riattualizza la tipica, dinamica struttura “quiet-loud-quiet-loud” che, partendo dai Pixies, aveva fatto la fortuna del Cobain songwriter. Under You riecheggia il glorioso rumore chitarristico prodotto dal muro di amplificatori Marshall di J Mascic. La dolce vertigine di Show Me How poi, inaspettato dream pop cantato a due voci da Dave e dalla figlia Violet, è un quadretto melodico che sembra rubato dal catalogo 4AD dell’era d’oro, con il testo “But, don’t you worry/Please don’t worry/I’ll take care of everything from now on/Where are you now?” che funge da ideale, commovente risposta alla già citata Rescued.
Una canzone questa che introduce ad una ideale seconda parte dell’album, ancora più introspettiva ed apertamente elegiaca nei toni, che culmina con la lunga The Teacher. Un epica discesa nel dolore più grande, quella della perdita della madre, nel quale la conflagrazione prodotta dallo scontro tra punk catartico degli Hüsker Dü, lo stordente noise rock dei Sonic Youth e la febbricitante intensità dei Jane’s Addiction proietta in faccia all’ascoltatore schegge di pura, cruda e vibrante emozionalità che non possono lasciare indifferenti. La mestizia della finale Rest viene stemperata, o forse addirittura amplificata, dall’elettricità dell’anthemico ritornello e serve a chiudere efficacemente il rituale del congedo: “Waking up, had another dream of us/In the warm Virginia sun, there I will meet you”.
A scanso di fraintendimenti, dopo tutto quello che si è detto e scritto a proposito, But Here We Are non è un disco deprimente. Cresce ascolto dopo ascolto in un turbinio emotivo, insinuandosi sottopelle. Il rock “motivazionale” dei Foo Fighters se possibile ha acquistato una dimensione ancora più intima. Musicalmente sempre uguale a se stesso, certo, ma ora reso più caldo da un sentimento ancora più profondo. Testimonianza del valore di una band che a quasi trent’anni di distanza dalla propria formazione arriva a dare alle stampe uno degli episodi migliori della propria discografia.
Amazon
