Recensioni

6.7

Quattro anni fa i Foo Fighters se ne uscirono con Concrete And Gold, un album che lasciò l’amaro in bocca a molti. Non che la formazione capitanata da Dave Grohl si sia mai distinta per dischi davvero epocali, laddove invece con i singoli brani sciorinati nel corso della carriera figura sicuramente tra le più ascoltate, citate e riconoscibili degli ultimi venticinque anni. Ci si aspettava di più. E poco rinvigorì la lunga lista di ospiti che vi presero parte.

Con Medicine At Midnight la band statunitense torna a fare da sola (al netto dell’aiuto ricevuto in studio da Greg Kurstin, che ha co-prodotto il lavoro insieme alla stesso quartetto di Seattle, Darrell Thorp, che l’ha registrato, e Mark “Spike” Stent, che l’ha mixato) e – vivaddio – mette di nuovo in mostra quello in cui, innegabilmente, è maestra: quel classic rock che attinge sì alla lezione hard&heavy ma la diluisce in soluzioni attigue a certo hardcore-punk (usiamo tutte le cautele del caso quando si maneggia ‘sta roba qua, ma è per rendere l’idea) dall’attitudine anni Ottanta ma sdoganata dall’ondata grunge agli albori del decennio successivo che sommerse buona parte del creato. Un mare in cui tantissimi gruppi venuti dopo, tra cui appunto i FF di colui che fu il batterista della più grande grunge band di sempre, poterono nascere e sguazzare in seguito.

Quello che ci è sempre piaciuto di Grohl e compagni è la capacità di creare rock radiofonico senza farsi schiacciare dall’eredità che portavano in spalla, mantenendo il sorriso e quel velo d’ironia di chi non si prende troppo sul serio. Che sia stata questa la chiave di tanta longevità? Grohl è un simpaticone, crede nel rock e nel suo ethos e ha una passione indomita per quello che fa, motivi per cui quando inizi ad ascoltarlo hai già il perdono nel cuore.

Medicine At Midnight è un lavoro – il decimo per la band, 36 minuti di durata – che scorre via come l’acqua. Un’opera pienamente nel solco della tradizione Foos, che alterna passaggi sostenuti da possenti riffoni à la Led Zeppelin ancorché – ça va sans dire – meno ispidi e orecchiabilissimi, come se a cimentarcisi fosse stato Lenny Kravitz (Making A Fire), a episodi dal tiro irresistibile nella loro caustica tamarraggine condensata in ritornelli a presa rapidissima e in vortici sonori spacca membrane auricolari (Cloudspotter, Holding Poison); da parentesi calde levigate da chitarre acustiche che stridono con parole dai forti richiami alle inquietudini adolescenziali prima di deflagrare in un crescendo ritmico ed elettrico (Waiting On a War) a groove disseccati (Shame Shame) e ballatone che stringono in un abbraccio le arie dei Beatles e la chanson anni ’70 (Love Dies Young). E non mancano punte come la title-track, dall’esaltante retrogusto stoner che fa tanto desert e Rancho de la Luna, però un po’ come se a rincorrersi tra gli alberi di Giosuè del Mojave fossero gli spiritelli metropolitani di Michael Jackson e David Bowie (il disco è stato presentato da Grohl come il loro Let’s Dance), e quel bluesaccio lurido e puzzoso di No Son Of Mine, che insozza il pavimento quel tanto che basta a far capire che non siamo al cospetto di educande.

Purtroppo, al paragone – anche se non diremmo proprio paragone, chiamiamolo più che altro condominio – con i Nirvana, i FF non sono mai sfuggiti, e probabilmente mai sfuggiranno, sebbene loro non abbiano mai fatto musica con l’intento di tirar fuori il loro casino interiore e sebbene da loro non ti aspetti certo ribellione, reinvenzione, crescita culturale e momenti di riflessione. Hanno sempre dato più l’idea di amici che invece di andare al bar a farsi una bevuta vanno in studio a registrare. Del resto, l’ha detto di recente lo stesso frontman: alla base dei Nirvana c’era una sorta di emotional dysfunction, una connessione interpersonale totalmente differente rispetto ai FF, i quali insieme si divertono e fanno divertire. E di questi tempi, non è poco.

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