Pigro, schizofrenico, post-moderno. Beck e l’inno riluttante di “Loser”
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Stefano Solventi
- 15 Marzo 2023
Scheggia #1: gli 80s sono iniziati da poco. Dopo anni passati in Kansas assieme al nonno paterno, Beck Hansen si è trasferito a Los Angeles da sua madre, l’artista Bibbe Hansen, già pupilla di Andy Warhol ai tempi della Factory. In questo momento, il giovane (classe 1970) Beck si trova a casa di un amico. La sua attenzione viene catturata da un vinile ancora avvolto nel cellophane: è un disco degli anni ‘60 con in copertina il volto sudato e rugoso di Mississippi John Hurt. Forse lo chiede in prestito, forse lo ruba. Fatto sta che lo prende: “Volevo restituirlo, ma non l’ho fatto”. Nei giorni successivi gli capita di ascoltarlo più volte, compulsivamente. In casa di sua madre, frequentata spesso e volentieri da musicisti punk, c’è una vecchia chitarra acustica, perlopiù inutilizzata. Beck se ne appropria. “Ho interrotto tutto e per sei mesi sono rimasto nella mia stanza a suonarla fino a quando non ho capito bene”.
Scheggia #2: l’anno è il 1989. Beck sta suonando la sua chitarra – forse, chissà, quella stessa, vecchia chitarra acustica trovata in casa di sua madre – davanti al Chamaleon, un bar sulla 6th Street di New York. È arrivato nella grande mela assieme a una ragazza, è stato mollato, tira avanti con lavoretti saltuari e strimpella quando può i suoi blues nei locali che propongono musica dal vivo, tipo appunto il Chamaleon. Lì, su quel marciapiede, viene affiancato da un altro chitarrista spiantato come lui che inizia a suonare una canzone dal testo disarmante: parla, a quanto pare, della sua passione per le patatine. Per Beck è un’illuminazione. Cadono paradigmi, si aprono direzioni. La sostanza stessa del folk pare accartocciarsi, implodere e rigenerarsi, sfrondata di tutta la retorica, alternativa o meno. Hai capito, a volte, le patatine.
Scheggia #3: marzo 1993, Los Angeles. La Bong Load Records di Tom Rothrock pubblica il singolo Loser in 500 copie, giusto per distribuirle alle stazioni radio dei college e a qualche amico. Rothrock aveva intercettato l’anno precedente Beck in uno dei club dove il ragazzo coi capelli biondo cenere era solito esibirsi e spacciare i suoi nastri homemade. Ne era rimasto stregato e aveva deciso di affidarlo alle cure del produttore Karl Stephenson (già al lavoro con rapper della Rap-A -Lot come Royal Flush e Geto Boys) per incidere qualcosa a regola d’arte. Loser era nata proprio a casa del producer, mettendo in loop una chitarra slide, sovrapponendo un break hip-hop e snocciolando al microfono un rap che se da un lato ricorda la logorrea smaniosa del Dylan altezza Subterranean Homesick Blues, dall’altro intendeva intenzionalmente rifarsi all’adorato Chuck D. Con pessimi risultati, secondo lo stesso Beck, che proprio questa frustrazione sostiene essere uno dei motivi alla base del “Sono un perdente” che plasma il ritornello. Il singolo piove nelle programmazioni delle college radio come un asteroide: quelle che hanno ricevuto il singolo lo passano sistematicamente, quelle che non lo possiedono fanno di tutto per procurarsene una copia su cassetta. Tutte quante lo passano, lo passano, lo passano.
Sembra banale ribadirlo, ma tant’è: Loser fu un’esplosione, uno dei momenti spartiacque per la carriera e la vita di Beck, così come in qualche misura lo fu per la musica degli anni ‘90, con ripercussioni profonde anche nel decennio successivo. Tanto da poter sostenere che se quel singolo non avesse colpito così forte ed estesamente, stravolgendo prima le programmazioni radio e poi le rotazioni video, è probabile che Beck non sarebbe mai emerso dal brodo primordiale alternativo di quegli anni, o almeno non con quella forza. Detto questo, è altrettanto banale sottolineare come Loser riassumesse una catena di momenti precedenti e altrettanto decisivi, per molti versi casuali ma che il giovane Hansen seppe governare grazie a una sensibilità sghemba e acuta, intrisa di disillusione irreversibile, sfrontatezza dissacrante e una sorta di fatalismo allucinato.
Tra i molti, ho scelto tre di questi momenti/schegge per l’immediatezza del loro carico emblematico: se il primo suggerisce un gancio profondo e solido con il blues nella sua forma basale, oserei dire atavica (Mississippi John Hurt era attivo negli anni ‘20, anche se come altri bluesman conobbe un certo successo con la riscoperta avvenuta nei Sessanta), nel secondo la folgorazione della canzone balzana, sciroccata, surreale, introduce un gancio ulteriore, quello cioè col dadaismo che evidentemente formicolava nel suo codice genetico: detto della madre, va sottolineato come anche il nonno Al Hansen fosse un artista, anzi un importante esponente del movimento Fluxus (morirà nel giugno del 1995). Beck lo ricorda così: “raccoglieva mozziconi di sigaretta e li incollava su foto di donne nude, poi spruzzava il tutto d’argento. Prendeva la spazzatura e la rendeva arte. Immagino che sia quello che provo a fare anche io”.

La terza scheggia riguarda direttamente Loser, il piglio estemporaneo alla base del suo concepimento, soprattutto la dipendenza in linea diretta dalle forme – più che dalla sostanza – dell’hip-hop, che nello scozzo con l’immaginario segaligno di Beck (blues e folk, come dicevamo, ma anche una grana punk, hardcore e noise, che del resto imperversavano ai tempi su tutte le frequenze alternative) produrrà un ibrido tanto improbabile da sfiorare il perturbante, squilibrato eppure in qualche modo ben saldo sulle radici, disimpegnato fino al nonsense ma capace di suggerire correlazioni fra segni sparsi – in ogni verso c’è come un frammento diaristico e la sua stessa trasfigurazione allucinata – fino a definire un senso forte, contorto ed estroflesso tuttavia, in qualche modo, nitido. Come un’apofenia.
Nel complesso, la cifra costitutiva del Beck futuro è già largamente presente: il suo è un approccio post-moderno, certo, però ingegnosamente schizofrenico, perché se tematicamente allude all’atteggiamento pigro, inerte o addirittura inetto (l’etimologia dice che pigro viene da “lento”, inerte da “senza attività o arte”, inetto da “non adatto”) come atterraggio morbido e opaco dal tritacarne emotivo/esistenziale della precarizzazione, da cui quel disimpegno totale e totalizzante, d’altro canto la forma si sviluppa invece spudorata, batterica, un appuntamento continuo al crocicchio tra forme fossili, presenti e futuribili, in una sintesi squilibrata che dribbla la nostalgia per consegnarsi a uno spaesamento brusco e genialoide. Come dire: saremo pure alienati, sfigati, nullafacenti, ma il nostro sguardo è inedito, il futuro – se c’è – è comunque nostro.
Ed ecco forse spiegato perché Loser divenne, suo malgrado a sentire il suo artefice, una specie di inno generazionale, ovvero di quanti tra gli appartenenti alla Gen X preferivano abbandonarsi a una vita apatica, disincantata e disarmata, ovvero indifferente alla forza gravitazionale delle prospettive future, anziché affrontare il rinculo delle prospettive senza futuro. E tutto ciò senza la minima intenzione di rivendicare alcunché. Tu chiamali, se vuoi, slacker. C’era consapevolezza in questo, e quindi qualcosa di costruito, di pensato, ma che aveva per sostrato una drammatica autenticità. Difatti, travolto dall’improvviso successo del singolo, Beck eviterà per un pezzo di riproporlo in concerto. “È stata una canzone divertente da realizzare, ma una volta decontestualizzata si è trasformata in una seccatura. Non è un grido generazionale angosciato. È proprio come sedersi nel salotto di qualcuno a mangiare pizza e Doritos”.
Quella “seccatura” fu anche il carburante che fece compiere a Mr. Hansen un triplo balzo in avanti: tipo che dai lavoretti sottopagati da alternare con l’assegno di disoccupazione passò alla prospettiva di pubblicare con un’etichetta indipendente (la Bong Load, appunto) salvo poi approdare direttamente a un contratto con una major come la Geffen. Ma proprio qui, a ben vedere, va forse individuato il merito più grande di quel primissimo Beck già celebre e celebrato: non tagliò i ponti con il ragazzo appassionato ma smarrito che solo pochi mesi prima produceva cassette con mezzi di fortuna dopo il turno alla videoteca. O dopo aver passato un pomeriggio a fare l’uomo-sandwich. O l’animatore per i party di compleanno. O il soffiatore di foglie (attività che a suo dire lo avvicinò al noise più dei dischi delle noise band). Non a caso, malgrado la pubblicazione di Mellow Gold su – appunto – Geffen, in quello stesso 1994 programmerà uscite indipendenti con Flipside (Stereopathetic Soulmanure) e K Records (lo spettrale, bellissimo One Foot In The Grave).

Il video di Loser si inserisce assai bene in questa falsariga – in questa dimensione? – lo-fi. Fu affidato a Steve Hanft, un amico di Beck, che chiese a Rothrock ben 300 dollari per mettere su pellicola un flusso slegato e slogato di sketch surrealisti, il tutto ovviamente con una grana da ripresa amatoriale che riduceva al minimo i gradi di separazione tra la vocazione innodica del pezzo e la bassa fedeltà originale. Brevi sequenze dialogicamente scollegate come un tizio con maschera da teschio che pulisce un parabrezza con la spugna imbevuta di sangue, auto che si inseguono in una gara alla Hazzard, ragazzine sorridenti che fanno ginnastica in un cimitero, scenette sparse con effetto solarizzato vintage, stralci del Nostro in concerto (lo vediamo anche indossare l’amato – vedi sopra – soffiatore di foglie), gente che indossa improbabili scafandri spaziali sul retro di un pick-up e via discorrendo, il tutto vagamente collegato dal procedere di una bara (semovente o trascinata) dalla quale a un certo punto esce un chitarrista barbuto e anzianotto con indosso un chiodo, quasi il simbolo ridanciano di tutto il retaggio musicale rock logoro eppure vivo (uno zombie?) annidato nel cuore di Beck. Beck che sul finale vediamo ritratto nella tipica iconografia dell’hobo – il passo strascicato, la chitarra malridotta e l’immancabile cane – mentre, barcollante ma fiero, si allontana di spalle.
Il video però non venne distribuito subito, anzi rimase congelato per qualche mese perché nel frattempo si mosse la Geffen che, ovviamente, prese il controllo dell’aspetto promozionale, mettendo a disposizione di Hanft ben 14.000 dolalri per editare e rimontare il girato. Ma, è questo l’importante, e se vogliamo l’aspetto più emblematico di quel frangente storico, accettò che l’idea e l’impianto del video non cambiassero. Del resto era esattamente quel caleidoscopio scalcagnato che doveva emergere, allegoria di un disagio che col suo languore strisciante e allocchito finiva per risultare più rappresentativo di quanto non accadesse con le geremiadi iper-romantiche, cupe e perentorie di tanto grunge. Potremmo quindi considerare una coincidenza assai simbolica – se farlo non apparisse oltremodo cinico – che Kurt Cobain si sia tolto la vita esattamente una settimana dopo la pubblicazione di Mellow Gold. Ma si tratta, appunto e ovviamente, solo e soltanto di una coincidenza.
Se c‘è un elemento di cui Loser è carente è il lato cantautorale, quello che costituiva già un aspetto cruciale del primo Beck e che infatti affiorerà appieno – sia pure con quel tipico passo ciondolante da, ehm, slacker – nel secondo singolo Pay No Mind (pezzo notevole anche solo per come sa rendere solenni versi come “Like a giant dildo crushing the sun”) e ancor più nella meravigliosa ballata It’s All In Your Mind, pubblicata come singolo per la K Records nel 1995 (poi ripresa – e persino migliorata – nel 2002, quando farà parte dell’ottimo Sea Change).
Ma fu così potente l’impatto e pervasiva la ricaduta di quel primo singolo che Beck in qualche misura è sempre rimasto “quello di Loser”, malgrado negli anni seguenti abbia snocciolato una discografia proteiforme in grado talora di superare per ispirazione e inventiva il pur ottimo esordio. Che dire, a volte quello che ti salva somiglia a una piacevole condanna a vita.
