Recensioni

6.5

Tranquillizziamo da subito i lettori: ascoltare Dave Grohl cantare in falsetto le popolari melodie dei fratelli Gibb non è altrettanto traumatico (e chi l’avrebbe mai detto?) quanto un Pierce Brosnan che massacra – in un sol colpo – tanto i successi degli ABBA quanto le orecchie dei malcapitati amanti sia del gruppo svedese che della musica intesa in senso più generale. Perche anche il pop è una cosa seria, e deve essere fatto come si deve. Da questo punto di vista il rocker statunitense dimostra di aver fatto rispettosamente e per bene i compiti per l’occasione e di amare veramente i Bee Gees, dei quali – coadiuvato dal resto dell’organico dei Foo Fighters sotto lo pseudonimo di The Dee Gees – reinterpreta in maniera pressoche fedele i classici You Should Be Dancing, Night Fever, Tragedy, Shadow Dancing e More Than a Woman.

Come al solito e qualunque cosa faccia, è difficile dubitare della buona fede di Grohl. È o non è infatti la rockstar più simpatica del pianeta? Impossibile volergli male! Nonostante questo (ed il palese ed onorevole intento di risultare divertente in un periodo in cui non sembra esserci molto per cui stare allegri), Hail Satin – pubblicato in occasione dello scorso Record Store Day 2021 in edizione vinilitica e limitata – presenta dei problemi. Ma andiamo con ordine.

Che ci si creda o no, c’è stato un tempo in cui la disco music è stata presa di mira in maniera talmente virulenta da portare alla pubblica, quasi rituale, distruzione dei suoi supporti sonori. Si parla di fine anni Settanta, un periodo in cui un certo tipo di America conservatrice in realtà reagiva, ed in maniera nemmeno troppo velata, contro la carica “sovversiva” di una musica che arrivava dal basso di una subcultura che era espressione di tempi in movimento e di conseguenza, stili di vita in evoluzione. Un genere musicale che acquistava la valenza di valvola di sfogo espressiva e contemporaneamente punto di aggregazione di minoranze razziali, sessuali e classi sociali svantaggiate. Facile immaginare come tutto questo fosse visto come una minaccia verso “la legge e l’ordine” che, per contro, il rock sembrava così bene rappresentare e proteggere in quel momento storico.

Anche i Bee Gees, responsabili di aver reso popolare in tutto il mondo attraverso la loro “febbre del sabato sera” la musica e la cultura delle discoteche, ne pagarono le conseguenze diventando oggetto di reazioni negative che negli anni a seguire, praticamente già con la pubblicazione dell’album Spirits Having Flown e la colossale hit Tragedy, li portarono a correggere relativamente il tiro. Insomma, il rapporto tra i due generi musicali, e le rispettive audience di riferimento, è sempre stato complicato se non conflittuale.

Dal canto suo Grohl invece è sempre stato promotore di uno spirito rock aperto, positivo ed inclusivo. Basti pensare alle cover semi-serie di classici pop sparse lungo la carriera della band fino alla bellissima serie Sonic Highways, da lui curata per il colosso HBO, ed in particolare all’episodio dedicato alla scena musicale di Washington, illuminante nel descrivere l’impollinazione incrociata tra la scena punk cittadina e quella orbitante intorno al cosiddetto go-go style, declinazione locale del funk popolare a partire dai primi anni ’70. Quello che un po’rattrista è il vederlo cadere nella trappola del cliché del disco-daddy, come se già non bastasse la nomea di maggior esponente del dad-rock contemporaneo che gli pende sulla testa come una spada di Damocle. E diciamoci la verità, non c’è nulla di più “cringey” (scusate… imbarazzante) di un uomo di mezza età che si dimena al ritmo di Disco Inferno. Provare per credere.

E non basta, come è successo negli ultimi tempi, che l’accento sia stato posto sulle sue credenziali di appassionato di musica black (cosa data un po’ per scontata essendo lui stesso una eccellente macchina del ritmo, nonché uno dei più popolari batteristi al mondo). L’ultimo segreto di Pulcinella è che, già in tempi non sospetti, il fill di batteria introduttivo di Smells Like Teen Spirits veniva preso in prestito dal classico della Gap Band Burn Rubber, così come tante delle ritmiche da lui suonate con i Nirvana.

Insomma lo sappiamo che il Nostro ne sa, ne ha sempre saputo e non lo si può non rispettare per questo. Ma non è questo il punto… Il fatto è che la disco music, per tutta la gioia di vivere che trasmette, ma anche la reputazione di genere frivolo ed apparentemente inconsistente se volete, è (come già sottolineato all’inizio in riferimento alla musica pop) una cosa tremendamente complessa e multisfacettata, seria appunto. E le cover contenute in questo album la riducono ad una caricatura, alla macchietta della festa aziendale a tema anni 70, di quelle a cui i partecipanti semi ubriachi vengono invitati ad indossare pantaloni a zampa d’elefante, camicie dai colori improponibili e dai colletti smisurati e finte capigliature afro. Il problema è che la disco music di Hail Satin è per gente che non ama la disco music.

La genesi di tutto sta nelle session di registrazione dell’album Medicine At Midnight, per il quale i Foo Fighters hanno, come è noto, preso ispirazione dai maghi della musica da alta classifica quali Michael Jackson e David Bowie – quello di Let’s Dance per capirci, al quale la title-track faceva pure un chiaro omaggio – nel tentativo di catturarne i groove e l’orecchiabilità così contagiosi. Da quel disco sono tratte per l’appunto le canzoni che coprono la tracklist della facciata B del vinile. E qui si nota un secondo problema.

Shame Shame e No Son Of Mine, allora come ora, suonano ingessate, legnose (e vagamente lagnose). Di quei pezzi che proposti in ambito live spingono una parte del pubblico presente a prodursi, a comando, in poco convinti “oooh oooh” mentre il resto dei partecipanti cerca una via per il bar o la toilette più vicina. Il fatto che qui in versione live da studio come nell’album da cui è estratto, il brano più genuinamente e violentemente emozionante – ed ironicamente quello più tipico del Foo style – sia Waiting On A War, beh significherà pure qualcosa no?

E va bene, lo ammettiamo. Le cover strategicamente piazzate di You Should Be Dancing o Tragedy faranno venire giù (figurativamente) gli stadi, e anche brani di fattura inferiore come Making A Fire o Cloudspotter troveranno probabilmente la loro collocazione (tra un classico mega successo e l’altro). Ed è in preparazione di questo – vedi You Should Be Dancing suonata al Madison Square Garden – che l’intera operazione sembra essere pensata, oltre che per onorare l’annuale festa del disco (visto come oggetto da collezione) che è il Record Store Day.

Chi scrive avrebbe visto bene Grohl e soci cimentarsi con ben altri classici del repertorio dei Bee Gees, quelli antecedenti la svolta di Saturday Night Fever per intenderci. Canzoni che non avrebbero assolutamente sfigurato, per fare un esempio concreto, nella fase intorno alla realizzazione di In Your Honor, e questo pensando soprattutto al lato più acustico e “maturo” di quel doppio album. Dopo tutto lo stesso Barry Gibb, l’unico sopravvissuto dei quattro fratelli, ha di recente dato alle stampe un raccolta di classici del repertorio della band reinterpretati con la partecipazione di alcune delle maggiori star della scena country-rock, e con un risultato tutt’altro che spregevole.

Insomma come si colloca questo “esperimento” all’interno della discografia della band? Difficile prenderlo senza riserve e vederlo come qualcosa di più che una curiosità per i fruitori casuali di musica via servizi di streaming, oltre che un oggetto sfizioso per fan duri e puri, completisti e collezionisti di vinile. Per tutti gli altri il consiglio è di investire in qualche buona compilation di classici di disco music col bollino di denominazione di origine controllata, o magari dei Bee Gee stessi. È lì che trovate la festa, quella giusta.

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