Recensioni

«Non siamo di fronte a una svolta itpop di Romizi e soci, anche perchè certi “animali” restano sempre difficili da ammansire». Così scrivevamo in sede di recensione di Animali Notturni. E invece. Il nuovo album dei Fast Animals and Slow Kids, il sesto, spinge a fondo il pedale proprio su quel versante. Difficile dire quanto la conferma alla produzione di Matteo Cantaluppi (Thegiornalisti, Ex-Otago, Gabbani, Dente, Bugo) abbia influito o sia semplicemente stata consequenziale. Sta di fatto che È Gia Domani è – molto semplicemente – l’album del definitivo approdo all’it-pop della band perugina.
Ammorbidita quasi del tutto la ruvidezza di una volta, l’impasto sonoro si colloca a metà tra qualcosa di molto wave e un certo arena-rock di stampo springsteeniano, tra chitarre e synth anni ’80. Il brano simbolo è sicuramente il singolo Come un Animale, scritto insieme a Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale, dove sembra di sentire i Killers che rifanno i New Order più loffi posseduti dallo spiritello molesto di Tommaso Paradiso. Non che sia necessariamente un male ingentilirsi e mettersi un vestitino più a modo, anzi, e lungi da noi interpretare la parte del fan talebano che vorrebbe solo risentire una nuova Troia. Con il passare del tempo e l’avanzare dell’età, insistere sul purismo indie-rock può diventare un esercizio goffo e anacronistico, anche da parte di chi una volta era tra le bandiere del giro. Il problema sorge quando i pezzi alla base semplicemente non ci sono, e i testi – mai stati tra i motivi di interesse principale del gruppo – paiono meno ispirati che mai nel tratteggiare una generazione Millenial ormai oltre la soglia dei trent’anni. È un ritratto poco interessante, banalotto, di chi par uscito da una roba come Il Movimento È Fermo de Lo Stato Sociale (appunto) e nel frattempo è pure invecchiato, rimanendo lì in quel perenne limbo post-universitario.
Così ci sorbiamo in alternanza ballate stucchevoli come l’iniziale title track (un accozzaglia di «Conto fino a te» e altre baciperguinate simili) e schitarrate più rockiste come Stupida Canzone, che sembrano voler dire “siamo ancora noi» ma fanno giusto venire un po’ di nostalgia. Poi con Cosa ci direbbe arrivano facili chitarrine à la Ex-Otago e ritornelli anthemici nelle ispirazioni ma banalotti nei risultati, più un feat. di Willie Peyote appiccato in coda con il patafix e che sembra una brutta imitazione di Jovanotti.
Il disastro peggiore è forse la malinconicamente festaiola Rave: qui Aimone si lancia in spaesanti cosplaying di Freddie Mercury spalancando wormoholes di assoluto nonsense, per poi sciorinare luoghi comuni buoni per sonorizzare uno stencil di Banksy come «Perché solo il letame può far nascere un fiore». La sensazione – ma speriamo di sbagliarci – è che ce li siamo definitivamente giocati.
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