FASK e Willie Peyote, foto di Alessio Albi (2021)

La voglia di comunicare dei Fast Animals and the Slow Kids. Intervista alla band perugina

In uscita il 23 aprile 2021 via Woodworm, Cosa Ci Direbbe è il nuovo singolo dei Fast Animals and the Slow Kids, realizzato in tandem con Willie Peyote. Nella pluridecennale carriera della band perugina si tratta della prima collaborazione che vede coinvolto un artista “esterno” come featuring. Il brano sarà presentato sul palco del prossimo Primo Maggio di Roma, la stessa occasione in cui i FASK e il rapper torinese si erano conosciuti in precedenza. 

L’inedito è una cavalcata dagli umori bucolici, con un riff di chitarra estivamente malinconico in primo piano e un cantato sempre più aderente agli stilemi di un it-pop comunque robusto e di qualità (anche solo rispetto a tutti i vari Paradiso ed epigoni vari). A Willie Peyote, fresco vincitore del Premio della Critica all’ultimo Festival di Sanremo, è affidato un breve ma ficcante intervento nel bridge. Abbiamo raggiunto la band per fare due chiacchiere in merito alla genesi del brano, a quest’ultimo anno marchiato dalla pandemia e dalle difficoltà che ha comportato per il mondo musicale, e ai suoi progetti nei prossimi mesi.

Partiamo subito dalle novità: suonate insieme da più da dieci anni, ed è la prima volta che collaborate con qualcuno. Come mai proprio ora?

La risposta che ci siamo dati è che forse proprio il lockdown ci ha portato a un periodo di tale chiusura musicale, che normalmente non avviene perché vai in tour, vedi altre persone e il “sistema musica” ti circonda, che ci è venuta voglia di comunicare con qualcun altro. Qualcuno che magari vivesse come noi questo senso di distanza. Così la collaborazione è nata come una sorta di risposta anticorpale. Inoltre sono tanti anni che suoniamo, e ora ci sentiamo le spalle un pochino più larghe: quando fai qualcosa con un altro artista devi sentirti abbastanza forte per comunicare al contempo al suo livello. Agli inizi questo è più difficile.

E come mai proprio con Willie? Come vi siete conosciuti?

Con Willie è andata proprio come andrebbe con un amico: si chiacchiera. Ci siamo conosciuti al Primo Maggio: una cosa incredibile perché ci chiamarono due giorni prima. «Avete una sala prove prenotata per 45 minuti, dovete provare cinque pezzi degli Skiantos che andrete a suonare dopodomani davanti a quarantamila persone in diretta televisiva». Quindi ci siamo conosciuti dentro la sala prove, con il tempo contato e il click nelle orecchie. Così ci siamo subito uniti, perché l’amalgama si è dovuto creare immediatamente. Da lì siamo rimasti amici. Poi abbiamo scritto questo pezzo, in questo periodo di distanze, ma ci sembrava che mancasse qualcosa; una parte più chiara, proprio a livello testuale. Noi tendiamo ad essere un pochino più astratti. Willie invece ti spiega le cose, anche perché – molto banalmente – è un rapper, oltre ad avere una capacità di sintesi molto interessante. Abbiamo discusso insieme del pezzo e del suo significato, e abbiamo deciso di aggiungere la sua parte proprio per completare quel tassello mancante. 

Lo stesso Willie ha detto che i vostri modi di scrivere sono molto diversi tra loro, ma che si sposano perfettamente…

Lui tende a spiegare, a sintetizzare il concetto mettendolo in modo molto molto chiaro. Io a dire la stessa cosa ci metto 28 frasi. Poi lui parla anche di attualità, di politica, si schiera. Io invece ho una visione molto più astratta, onirica, spesso parlo di massimi sistemi, dei grandi sentimenti, di odio, amore, vado ad analizzare l’aspetto quasi filosofico del sentire umano. Cosa dove magari lui tende ad approfondire meno. Tocca magari le stesse emotività, ma lo fa con esempi concreti e una visione più definita. E poi c’è un’altra cosa: noi facciamo un genere diverso dal suo, con meno parole da spendere e meno spazi da utilizzare. Quindi i nostri percorsi ci hanno portato a ragionare in modo diverso: io per dirti una cosa ho a disposizione meno parole e più melodia, quindi tendo ad essere più poetico nel dirla, mentre lui la analizza usando tutte le parole necessarie.

L’incursione in un genere così distante da quello che è il vostro retaggio è stata stimolante? Vi ha magari aperto nuove porte per il futuro?

Vedendo quanto è stato divertente e stimolante lavorare a un pezzo collaborativo, è un’esperienza che non vedo l’ora di rifare. Per quanto riguarda la distanza dei mondi, c’è da considerare una cosa: né noi né Willie siamo dei ragazzini. Siamo sui palchi da una via. Quindi anche se la radice è diversa, nel corso degli anni entrambi abbiamo sentito di tutto e ci siamo confrontati con tutta la musica che ci circonda, perché la nostra via è diventata fare musica. Ci sono dei gruppi che sono di riferimento per noi e per lui. Per dire, i Beastie Boys sono un esempio calzante. Oppure gli Arctic Monkeys, che sono uno dei suoi gruppi preferiti. Pensare che un artista solo perché suona un certo genere non venga influenzato dagli altri generi è un retaggio: non c’è più questa differenza, a causa di un momento in cui viviamo una situazione di estrema fluidità della musica. 

Voi e Willie avete avuto un percorso artistico di disco in disco abbastanza simile: dalla ruvidezza iniziale ad un progressivo arricchimento e magari anche a una più ricercata radiofonicità. Vi ritrovate in questa affermazione?

Assolutamente sì. Crediamo che sia coerente con il percorso nostro e dell’interlocutore. Ora abbiamo tutti trent’anni, abbiamo iniziato che ne avevamo diciassette. A quell’età pensi ad altre cose e ragioni in altri modi, e hai bisogno di sentirti vivo in un modo che non è lo stesso di quando ne hai trenta. Nello stesso modo le problematiche che per te a quel tempo erano vitali ora passano in secondo piano. Di quanto è distorta una chitarra ora non ce ne frega più un cazzo. Ci interessa quanto un pezzo ci rappresenti, quanto questa roba è quella che io ascolterei alla mia età. Questo è il punto. A diciassette anni ci volevamo solo distruggere e tornare a casa pieni di sangue, ora vogliamo tornare a casa arricchiti di una conoscenza che prima non avevamo. Sono semplicemente momenti della vita differenti, che sono confluiti nella musica.

Che effetto vi fa riascoltare oggi i vostri dischi di dieci anni fa?

È bellissimo. Sono la storia di quello che eravamo. Quando avremo cinquant’anni avremo la cronistoria della nostra esistenza sotto forma di musica. Io (Aimone, ndSA) mi ricordo perché ho cantato quella canzone in quel modo, con quella rabbia, in quel periodo. Così come mi ricordo come mai in quell’altra canzone non urlavo, ma riflettevo. Noi siamo fortunati in questo, perché suoniamo da tanto tempo e abbiamo avuto la possibilità di fare tanti dischi, e questi dischi definiscono noi stessi e il percorso che abbiamo fatto, chi eravamo in quel preciso momento. L’importante è essere coerenti rispetto ai nostri sentimenti su quel disco: non coerenti musicalmente, che non significa un cazzo. Anzi, il più delle volte tendi a fare dei dischi che si somigliano e che rompono i coglioni. Coerenti con sé stessi.

Il lockdown vi ha colpito parecchio – so che avevate in programma parecchie date nel 2020 che avete dovuto annullare (e rimborsare) – ma non siete certo rimasti con le mani in mano. La situazione nel mondo fuori ha influito in qualche modo nella scrittura dei nuovi pezzi?

Anzitutto ha influito sulla quantità di materiale che abbiamo scritto. Non potendo uscire o suonare in giro eravamo molto più concentrati sulla musica da scrivere sul momento. Dal punto di vista delle tematiche poi ha molto influito, anche a causa di tutta una serie di avvenimenti personali importanti. Come è sempre stato in tutti i dischi dei FASK la nostra vita ci entra, in qualche modo. Quindi nel prossimo ci sarà sicuramente un po’ di lockdown.

Il nuovo disco in che direzione si muove rispetto ad Animali Notturni?

In realtà siamo sulla stessa linea di Animali Notturni, c’è ancora quell’imprinting. Ancora non abbiamo un’idea precisa di come si comporrà questo nuovo disco, perché abbiamo composto tantissima roba e non sappiamo ancora quale sceglieremo di includere e quale invece no. Non abbiamo per ora l’intenzione di rilasciarlo a breve. Dobbiamo ancora capire che succederà. Comunque tante cose potranno ricordare Animali Notturni, non perché siano copiaticce quanto piuttosto a livello di mood. A parte i due pezzi che sono già usciti, gli altri sono forse un po’ più ritmici. C’è qualche cosa di un pochino più incazzata.

Programmi live confidando in un’estate di riaperture?

Suonare, in qualsiasi forma e in qualsiasi modo ce lo permettano. Anche solo per una questione di rispetto verso tutte le persone che normalmente avrebbero lavorato con noi. Abbiamo amici con cui siamo in giro da dieci anni che non lavorano da due. Anche a costo di non metterci un euro in tasca. Bisogna ripartire e dare speranza, non vogliamo far crollare questo mondo fatto di persone incredibili.

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