Recensioni

All’inizio degli anni ’10 Joshua Leary, un ventiduenne di una cittadina industriale del Merseyside, passa dal caricare musica su Youtube come Evian Christ a uno dei producer più richiesti del giro cloud rap, e da gente che ama cose tipo cLOUDDEAD e Odd Future. Tante le label a volerlo ma alla fine la spunta Tri Angle, all’epoca una delle realtà più monitorate per la lungimiranza con la quale capta gli step evolutivi più interessanti nell’intorno post-witch. Assieme a lui a bazzicare con l’hip hop e a spingerlo oltre c’è Clams Casino arrivato giusto prima di lui: le sue produzioni sono dense e vischiose, al contrario, quelle di Leary sono lisce come il velluto, imparentate con l’r’n’b e, in pratica, già pronte per l’upgrade che ne farà il giro HD ancora da venire.
Il suo nome e biglietto da visita, il mixtape Kings and Them, finisce nelle orecchie di Kanye West che all’epoca sta pensando a un disco totalmente differente dall’electropop di 808s & Heartbreak, qualcosa di ambizioso e futurista in grado di sintonizzarsi sulle principali tendenze sommerse dell’Hip Hop scaraventandole nell’arena EDM. Per il suo Yeezus si fa spedire i beat da una serie di giovani producer, molti dei quali britannici. Hud Mo è il suo favorito ma tra loro c’è anche Evian Christ che firma I’m In It assieme a ben quattro altri promettenti nomi tra cui spicca quello di Arca. Proprio quell’Arca che finirà per marchiare a fuoco gli anni ’10 postulando proprio quelle musiche che finiremo per chiamare HD e che lo stesso Leary farà proprie molti anni più tardi.
Evian Christ, all’epoca uno dei producer sulla cresta dell’onda proprio per l’affaire Yeezus, le inserirà nel suo debut album, Revanchist, 10 anni più tardi, ovvero quest’anno, coltivando nel frattempo una serata londinese diventata culto. Si tratta di TranceParty, che proponeva (e propone) un mix di revival e ibridazioni sul genere ombrello che dagli anni ’90 ha tenuto banco con infinite filiazioni. Genere che, lo ricordiamo s’è imbastardito (e affossato) nelle big room degli anni ’10 tra la progressive di gente come Avicii e l’EDM di cui sopra, che proprio nel 2012-2013 viveva il suo momento di massima esposizione.
In tutti questi anni il nome di Evian Christ s’associa a sporadiche produzioni per queer rapper che vogliono osare nei beat (Le1f), mega star da lì a venire come Travis Scott (The Ends), remix (SIA) e per veniali fatti di cronaca (viene trattenuto dalla security del Leeds Festival che lo scambia per un vip crasher) tanto che quando il suo marchio ritorna nel 2020 con il singolo Ultra (il primo dal 2014) è uno shock. Da producer che anticipava tendenze e mode, Leary diventa quello che le rincorre. Il pezzo sembra cavare la polpa trance dal massimalismo in alta definizione di Ben Frost, compositore che a sua volta aveva iniziato a sperimentare in questo senso quando questa modalità d’intendere la produzione era già diventata un riconoscibile genere. Non è la migliore delle premesse, e a conti fatti, Revanchist, delude anche per questo.
Lungo otto composizioni, Leary cerca di tirare le fila di ciò che la trance ha rappresentato per lui in questi anni. Niente di puntillistico à la Senni, piuttosto qualcosa che ti esplode in faccia ad alti volumi tra stantuffi e vertigini conceptronica style o ti prende di lato con colorature e sospensioni hyper pop debitrici del giro PC Music, etichetta che quest’anno ha deciso di chiudere i battenti e di cui mancavamo di parlare all’inizio per completare il discorso sulle tendenze più influenti dell’elettronica anni ’10.
Mettendo in provetta emozione ed euforia, la trance di Evian Christ è più concettuale che liberatoria come lo è, ad esempio, quella di Courtesy (fra eufori) e della sua label, Kulør. E anche quando è il pop il terreno di gioco, vedi Yxguden con lo svedese Bladee (membro della Drain Gang, che negli scorsi anni ha firmato alcune tra le più interessanti derive hyper-pop) il risultato è troppo spesso “in esposizione” piuttosto che partecipato o intrattenente. Sensazione amplificata dal misticismo e dalle sospensioni senza drop di The Beach (che lo riporta ai cavalloni di Ultra) e Silence ma anche da una Xkyrgios che gioca sull’affondo jungle (forse il pezzo migliore).
Quando arriva Nobody Else con un kick che ricorda gli Underworld e una produzione che potrebbe passare per dj tool pare un’epifania ma in verità è puro funzionalismo per il dancefloor berlinese, e poco fa la conclusiva Run Boys Run con l’omaggio al classico anni ’90 It’s all gone pear shaped di Digital Justice, usata a mo di ambient intro, per farci cambiare idea su un disco che lascia freddi, persino indifferenti.
Se ai TranceParty tracce come quest’ultima possono fungere benissimo da interludi o aperture, costruirci un album è rischioso. Potrà sedurre chi è nel pieno dell’entusiasmo per l’ennesimo revival del genere ma non chi ha già anni di ascolti alle spalle dentro e fuori il dancefloor. Revanchist avrebbe potuto rappresentare una sorta di album case study della rinascita trance nelle maglie digitali dell’HD, avrebbe potuto in definitiva essere tante cose ma non è nessuna di queste.
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