Recensioni

La dj e artista originaria di Copenaghen Najaaraq Vestbirk, in arte Courtesy, approda con il suo album di debutto, fra eufori arrivando da due EP precedenti, Night Journeys e Violence of the Moodboard. In questi ultimi, ha introdotto ed esplorato uno stile da lei battezzato ambient trance, che nell’album ritroviamo: archi di synth estesi che vanno a formare una sorta di orchestra elettronica, stacchi di lunga durata che formano l’attesa di un drop che non arriverà.
Un’interpretazione delle sonorità trance anni ’90 che si discosta dal puntillismo di Lorenzo Senni, pur rimanendone debitrice. Se nei dj set Courtesy predilige una techno veloce ed euforica, nei due EP aveva mostrato il lato più riflessivo, costruendo una dialettica convincente. Il tutto è sempre firmato Kulør, etichetta di cui è fondatrice e testa pensante. Con la sua direzione la label ha costruito nel tempo un catalogo solido, ponendosi come punto di riferimento per la musica elettronica contemporanea ballabile e (talvolta) non. Un lavoro rappresentativo della scena che anima la città d’origine: suoni grezzi, techno a bpm elevati e sofisticatezza per quanto concerne il versante visivo.
fra eufori rappresenterebbe, sulla carta, uno shock; un album di debutto in cui invece che tracce originali troviamo otto cover di pezzi eurodance più o meno da hit parade. Ma in virtù del percorso dell’artista è facile rendersi conto di come non sia altro che uno sviluppo fisiologico di una ricerca che tocca più campi.
Courtesy non è mai rimasta semplicemente dentro il ruolo da dj; pur avendo iniziato come tale, negli ultimi anni ha messo in discussione la sua figura da diverse angolazioni. Ne sono un esempio gli artwork delle copertine dell’etichetta, in cui la musica viene sempre affiancata ad un’opera di artisti visivi. Oppure il lancio dell’album, una performance del pezzo Gossip II con Sophie Joe, alla Kraupa Tuskany Zeidler Gallery di Berlino. La musica rappresenta il medium principale per veicolare la sua ricerca, non esaurendola.
L’album è composto da 8 tracce in cui le produzioni vengono affiancate di volta in volta ad una voce diversa. E così troviamo, tra le altre: You are not alone di Olive interpretata da Erika De Casier, un’introduzione spesso utilizzata nei suoi set, che qui diventa introduzione all’album; Saltwater di Chicane in cui la toccante voce di Lyra Pramuk accompagna un brano dal carattere maestoso; Merely che reinterpreta, senza colpire troppo, Orinico Flow di Enya.
Come è facile intuire, la formula funziona a momenti alterni. Nel complesso, è notevole la capacità di offrire durante tutto l’ascolto delle sonorità coerenti, affiancate da spettri vocali variegati. La collaborazione che funziona di più in questo senso è quella con Sophie Joe, presente nei due momenti più apprezzabili del disco. Il primo che incontriamo, in ordine, è la cover di Something di Lasgo, classico eurodance che viene qui declinato con una composizione un po’ grezza sotto forma di commovente farmaco da pista (‘Hold me in your arms/And never let me go/Hold me in your arms/’Cause I need You so’). A differenza dell’originale un po’ cafone, riesce a diffondere un messaggio di festoso affetto e un coinvolgimento da lacrima facile. Il secondo è la cover di What It Feels For a Girl di Madonna, il cui testo, uno statement femminista, viene esaltato dalla produzione, oltre che dal gesto di riproposizione del brano in un momento storico-politico difficile.
Il modo in cui Courtesy si appropria del materiale originario è interessante. Negoziandolo di volta in volta, lascia sempre una vasta intensità emozionale. È un album in cui tutto si gioca sul cambio di contesto; un lavoro perfettamente collocato in un quadro di valorizzazione culturale delle guilty pleasure da dancefloor, che si snoda nel percorso di una vera e propria democratizzazione culturale che coinvolge la musica elettronica da ballo oggi. Nel momento in cui le barriere tra highbrow e lowbrow sono state definitivamente abbattute, tracce che al momento dell’uscita venivano per lo più snobbate dalla critica oggi rivivono dentro un album la cui presentazione prende la forma di una performance in uno spazio espositivo.
L’ascolto non è semplice se non si ha molta familiarità con i brani originali. Ma ciò che colpisce è la presenza dell’euforia menzionata nel titolo, che si trasforma in un’arma di liberazione emotiva. Più funzionale, però, ai momenti di condivisione dal vivo che non ad una fruizione casalinga.
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