Recensioni

Il The Boys fumetto di Garth Ennis e Derrick Robertson esce nel 2007, cioè a 20 anni esatti dal Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons, un caso che con il senno di poi acquisisce un valore ideale perché va a rimarcare la continuità, a cavallo tra i secoli, della volontà di destrutturare la figura del supereroe classico, quello che nel Novecento rappresentava quanto di meglio c’era dei valori umani occidentali.
L’opera degli anni ‘80 scaturisce porta il superuomo in un mondo credibile, reale e in tensione costante e crescente, affrontando i dilemmi filosofici riguardo la sua natura, la sua funzione e le sue responsabilità. Una sorta di necrologio dell’idea classica che ruota intorno ad una domanda poi sempre più posta: “Who watches the watchmen?”. Ecco, proprio dalla risposta a questa domanda nasce il fumetto di Ennis e Robertson.

Se la fortuna commerciale del fumetto di Moore fu dovuta in gran parte alla voglia di mettere in crisi l’idea del supereroe in un modo così profondo e complesso, quella di The Boys fu dovuta al divertimento hardcore con cui mise in scena un mondo non più credibile – ma anzi parodistico, estremo e pieno di gag -, dove l’idea è l’oltre l’essere morta e sepolta, visto che i supereroi vivono come la peggior espressione della razza umana. Una netta contrapposizione rispetto ai canoni Marvel e DC che raccoglieva consensi proprio per il suo essere ribaltamento satirico di qualcosa di così grande successo.
La serie di Eric Kripke prodotta da Prime Video nasce fondamentalmente per il medesimo motivo, ma trasportato su media audiovisivo visto l’enormità della fama raggiunta dai cinecomics e dell’MCU nello specifico. Perché non avrebbe dovuto funzionare se si fosse riusciti ad intercettare lo spirito giusto da dare al titolo? Per nessuna ragione e infatti funzionò benissimo, trovando una componente in più rispetto al suo corrispettivo a fumetti: un gancio nella realtà statunitense.
The Boys debutta nel 2019, in piena prima presidenza Trump e poco prima dell’arrivo del COVID, quindi il periodo dove le psicosi che oggi sono esplose contagiando gran parte del mondo cominciavano ad emergere con forza allarmante. Questo permise al titolo di superare il semplice divertissment per stomaci forti della carta stampata e creare un immaginario distorto, ma in grado di leggere il presente. Purtroppo arrivati alla quinta stagione, nel 2026, il margine della distorsione si è drammaticamente eroso, ma più per colpa della realtà che della fiction.

Tutto utile, ma la serie conquista gli spettatori per il cast azzeccatissimo, tanto tra i boys quanto tra i super, unito ad un altrettanto azzeccatissima caratterizzazione di tutti personaggi principali, ricchi di fragilità, conflitti e idiosincrasie, e, soprattutto per come riprende lo sguardo del fumetto e riesce a riadattarlo, gestendolo benissimo in modo da non farlo risultare indigesto per un prodotto in streaming, ma senza abbandonarlo. In soldoni, quella formula magica che nutre chi guarda senza saziarlo mai del tutto.
La forza di The Boys – prima del fumetto e poi della serie – era stare dentro un sistema collaudato come quello dei racconti dei supereroi proprio perché in grado di combatterne le regole. Nel corso del tempo però il titolo di Kripke è diventato altro, cominciando a girare a vuoto per il suo ostinarsi a puntare sugli sviluppi di trama e ad abbracciare il ruolo di opera da denuncia sociale, perdendo drammaticamente di vista spirito e personaggi.
Sebbene l’inquietantissima presa sulla realtà e qualche sussulto mal distribuito, la serie si è ingrigita, impigrita e accartocciata su se stessa, regalando un finale che è riuscito a svilire anche l’unica cosa che sembrava rimasta importante nello spunto iniziale, ovvero la riflessione sull’eredità paterna tossica. Il piano B che doveva garantire almeno lo showdown tra i due gemelli diversi Karl Urban e Antony Starr, diventati loro malgrado il simbolo della china depressiva imboccata.

Non contenta di ciò però The Boys si è conclusa tradendo se stessa sia guardando a come è nata e sia guardando a come si è sviluppata perché si è arresa alle regole del mercato, alle regole della classica narrazione supereroistica e – questa è forse la cosa più grave di tutte – alle regole dei finali lieti e consolatori. Quelli che nella realtà a cui il titolo si era progressivamente dedicato a scapito di tutto il resto, non ci sono mai. Adesso largo agli spinoff.
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