Film

Eric Kripke

The Boys – Stagione 5

8 Aprile 2026 Stati Uniti d'America commedia drammatico azione fantascienza

La quinta stagione di The Boys si appresta a chiudere la serie Amazon di Eric Kripke, tratta dai fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson, come uno specchio fedele — e ormai non più deformante — della realtà storica statunitense. Un approdo che, suo malgrado, coincide con l’apice del racconto audiovisivo supereroistico in questa direzione, ma che lascia intravedere anche una certa resa: quella di un meccanismo che procede per inerzia, come se il grosso fosse già stato compiuto. Il risultato, da una parte consolidato, dall’altra tende a un progressivo “ingrigimento”.

I primi a cui puntare lo sguardo sono proprio gli autori, che qui sembrano limitarsi a puntellare l’ecosistema costruito nelle stagioni precedenti (si veda nei capitoli precedenti) con variazioni sul tema: l’incompetenza delle classi dirigenti, l’arruolamento della religione, la corruzione mediata dalle istituzioni private e la manipolazione dell’informazione, tanto attraverso strumenti nuovi come l’AI quanto tramite forme più arcaiche di propaganda, capaci di riattivare e ribaltare stilemi consolidati. Uno degli esempi di neolingua più efficaci resta la dicitura che campeggia nei “campi di libertà” della Vought, dove Frenchie (Tomer Capone), Hughie (Jack Quaid) e Latte Materno (Laz Alonso) sono imprigionati: “Freedom Sets You Free”, eco spudorata di “Arbeit Macht Frei”.

Occhi tristi e saluto militare.

Non restano fuori da questo processo nemmeno i personaggi, giunti ormai al culmine del proprio sviluppo e pronti a uno scontro finale che non è soltanto ideologico, ma inevitabilmente personale. Lo dimostrano Starlight (Erin Moriarty) e Kimiko (Karen Fukuhara), arrivate — forse con troppa inerzia — alla loro forma definitiva. Meglio continuano a fare Butcher (Karl Urban), ormai incarnazione estrema del vigilante violento, e Patriota (Antony Starr), figura esemplare di un superuomo fragilissimo, emblema di un potere che, nel momento in cui smette di essere saldo, si trasforma in aggressione.

Entrambi, a prescindere dagli esiti finali, appaiono già sconfitti: prodotti inevitabili della polarizzazione che li ha generati. Ed è proprio qui che la quinta stagione trova uno dei suoi meriti principali, sfruttando la solidità dei profili psicologici costruiti nel tempo per raccordarli con maggiore precisione alle rispettive metafore politiche rintracciabili nel reale. Un passaggio decisivo, che consente alla serie di completare la propria mutazione: da satira dissacrante a vera e propria denuncia del presente.

L’ultima adunata.

Anche sul piano dell’intreccio si avverte il segno di un progetto ormai giunto a maturazione. La narrazione vive in larga parte sulle premesse della stagione precedente, procedendo in modo più lineare e meno ramificato. Una semplificazione che, se da un lato riduce la complessità, dall’altro scorre con naturalezza, integrando senza attriti sia i nuovi ingressi provenienti dal fumetto sia il ritorno di figure già note.

Ne risulta un ciclo conclusivo che, almeno finora, si configura come appendice coerente ma priva di particolare verve: un segmento che gestisce con efficacia — e con una certa disciplina — i tempi dello scioglimento, accompagnando la serie verso un finale che si preannuncia cupo. Resta da capire se ci sarà ancora spazio per un ultimo scarto, un colpo di coda capace di riaccendere l’urgenza. E, soprattutto, se stavolta The Boys saprà evitare di rivelarsi, ancora una volta, fin troppo profetica.

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