Recensioni

Nel primo episodio della seconda stagione di The Boys, il Patriota (Anthony Starr) fa la conoscenza di Blindspot (Chris Mark), supereroe-stuntman cieco che compensa la sua mancanza di vista con un udito sovrumano. Dinnanzi alla proposta della responsabile di PR Ashley Barrett (Colby Minifie) di fare di lui il nuovo acquisto nei Sette reagisce in modo cortese, seppur condiscendente… per poi rompergli i timpani con due schiaffi ben assestati, lasciandolo in lacrime e sanguinante a terra. Il ragazzo che un attimo prima si esibiva in acrobazie circensi è diventato null’altro che “un altro cieco inutile”, e il Patriota può abbandonare l’incombenza con la felice consapevolezza che non ci sarà nessuno “storpio” nella squadra che egli comanda.  Quella sarà l’ultima apparizione di Blindspot, che per quanto ne sappiamo è ancora sdraiato a terra in un bagno di sangue, privato di due sensi su cinque, e la cui vicenda incarna l’esperienza media di chi, nel mondo di The Boys, prova ad agire anche solo di poco contro lo status quo. 

The Boys è una serie cruda tratta da un fumetto amorale, in cui il garbato professor Xavier si trasforma in un impenitente pedofilo, un supereroe tiene un criceto vivo nelle proprie parti basse con il nastro adesivo, e c’è una quantità sopra i livelli di guardia di gente che fa pipì disegnata in tutta la sua rancida gloria. Non è un fumetto che ha qualcosa di profondo da dire sulla società: ma questo non ferma Eric Kripke, lo sceneggiatore dietro la serie, che ormai arrivata alla sua terza stagione può vantare nel suo worldbuilding verosimile citazioni alla cover di Imagine di John Lennon cantata da varie celebrità all’inizio della pandemia, all’attacco al Campidoglio degli Stati Uniti (con tanto di cosplayer di Jake Angeli con la pelliccia di bufalo) e al capitalismo arcobaleno. Se c’è una serie che ha tanto da dire, o che per lo meno vuole dire tanto, quella è The Boys. 

Eppure, alla terza stagione, la trama ancora non si è smossa. Della passione di The Boys per lo status quo si è detto tutto e il contrario di tutto: alla fine della terza stagione tutto è tornato come prima, il Patriota continua a dominare il pool dei supereroi, orde di fan lo acclamano anche se uccide alla luce del giorno, e persino suo figlio, il piccolo Ryan (Cameron Crovetti) si è integrato alla perfezione nel suo puzzle di potere. La scena finale della serie, in cui il male trionfa su tutti i fronti, è memorabile e agghiacciante – oltre che recitata in modo impeccabile. È l’eterno promemoria della chiamata all’azione alla quale sono tenuti i “veri eroi” del mondo di The Boys, e la sua fissità nel tempo è fondamentale per il suo discorso sull’America e sul mondo intero. Il male non muore mai: cambia solo forma, e neanche di troppo. 

The Boys
The Boys, still dal trailer della terza stagione (2022)

L’eliminazione della nazista Stormfront (Aya Cash) con il suicidio della stessa, riporta l’attenzione dove di dovere, ovvero sul Patriota: un male più quotidiano, più ordinario e più immediatamente riconoscibile, ed è attorno a lui che gravita la terza stagione di The Boys, lasciando all’ormai rodato Anthony Starr numerosi momenti in solitaria perché il Superman diabolico rifletta su sé stesso, sulle proprie mancanze e sulla fragilità che nasconde dietro alla violenza e ai giochi di potere. Indimenticabile – e non solo per il meme che ne è stato tratto – la scena in cui il Super, dopo una tesa apparizione in pubblico, si ritira in una fattoria abbandonata per bere il latte di una mucca casualmente trovata. Dare del bambino è un insulto vecchio come il mondo: è così che la regia stessa punta il dito contro il Patriota, così incartato nei suoi complessi e nel suo bisogno patologico di attenzioni da rannicchiarsi ogni volta nel primo surrogato di grembo materno che trova. Per poi, naturalmente, uccidere un vecchio compagno di squadra a mani nude non appena sente odore di tradimento. 

Il linguaggio visivo di The Boys è sempre memorabile e intenso, soprattutto dinanzi a un bersaglio chiaro. Personaggi maligni senza riprova come Gunpowder (Sean Patrick Flanery) e Blue Hawk (Nick Wechsler) appaiono poco e lasciano la loro impronta come ricalchi del male quotidiano e dei suoi strascichi. La serie eccede nella loro caratterizzazione senza tema di farne delle maschere del male vero: riconosce i lati più bizzarri della realtà – notare il cameo di Jake Angeli, l’invasore della Corte Suprema il 6 gennaio 2021 con il copricapo di pelle di bufalo – e li mostra così come sono, come una fotografia. Anche quando decide di intingere i piedi nel surreale, c’è sempre un senso di schiettezza in quello che viene ripreso. Mai The Boys si volta verso gli spettatori facendo l’occhiolino e ridendo del suo stesso assurdo. La perversione zoofila di Abisso (Chace Crawford), il duello di Kimiko (Karen Fukuhara) contro i mafiosi russi armata di vibratori, e le assurde orge con superpoteri dell’atteso Eroegasmo esistono nel loro universo come dati di fatto, e qualunque reazione i personaggi abbiano verso di essi li vede altresì accettare la loro esistenza come un malus ormai abitudinario. La vita imita l’arte, cantava Lana del Rey, e anche l’arte di The Boys imita la vita senza imporsi censure. Per giungere al culmine della critica con il nuovo hate magnet della stagione: Todd (Matthew Gorman), nuovo compagno della moglie di Latte Materno (Laz Alonso), incarnazione viscida e triste della banalità del male. Suo è il disprezzo da parte dei fan, come e più del Patriota, e suo è il ruolo da antagonista nella sottotrama di LM stesso, che riproduce in scala ridotta lo scontro con l’egemonia patriarcale del Patriota, di cui lo stesso Todd è zelante ammiratore. Un personaggio senza sfumature, infimo e credulo, ma mai una macchietta: semplicemente quello che è, perché così stanno le cose. 

The Boys, still dal trailer della terza stagione (2022)

Nelle parole di Kripke i protagonisti della serie Billy Butcher (Karl Urban) e Hughie Campbell (Jack Quaid), oltre al malvagio Patriota e alla parodia di Capitan America Soldatino (Jensen Ackles), rappresentano una critica alla mascolinità tossica e all’effetto che questa ha su uomini e ragazzi. Il desiderio di Hughie di “fare l’eroe” proteggendo la fidanzata Annie (Erin Moriarty), nonostante lei sia la supereroina Starlight e lui un civile senza poteri, lo conduce all’autolesionismo e alla dipendenza. Soldatino, unico al mondo forte abbastanza da sconfiggere il Patriota, ha un attacco di panico esplosivo quando vede una coppia gay (di comparse) camminando per strada e si scorna quando vede un padre (comparsa) testimonial di una pubblicità di pannolini in televisione. E poi c’è Billy Butcher, il motore portante dell’azione e della lotta contro i piani alti, un bruto della Gran Bretagna che si esprime per il 50% a parolacce e scortesia, determinato a vendicare la moglie (ovviamente) violentata e uccisa, vittima di un padre (ovviamente) abusivo e sempre pronto a dare della checca, e la cui capacità di amare il prossimo, se emerge, va tirata fuori a martellate e svelata sotto strati di burbera rozzezza. Questi, a quanto pare, sono l’ultimo baluardo contro l’egemonia del Patriota. E gli altri? 

Per il centenario della morte di Giovanni Verga, l’Avvenire gli dedica un encomio in cui riassume il suo ciclo più famoso con queste parole: «Se sono vinti, vuol dire che hanno combattuto e hanno perso». Ed è questo il destino comune delle minoranze in The Boys, che innocenti e vergini del mondo si lanciano nella battaglia uno dopo l’altro, scontrandosi con una caduta finale dalla quale non c’è risalita. Come Blindspot o come la Contessa Cremisi (Laurie Holden), la cui ingloriosa sorte di attrazione da circo e camgirl – ben pagata, per lo meno – si conclude con un femminicidio mai indirizzato e mai punito ad opera di Soldatino. Che è, ricordiamo, l’unica salvezza contro il Patriota. 

Il doversi affidare a un simile personaggio, che negli anni ottanta trattava la suddetta Contessa Cremisi con sufficienza e violenza, è mostrato come una triste necessità. Niente di meglio sulla piazza, bisogna accontentarsi. L’unica cosa che può battere un maschio tossico è… un altro maschio tossico, come se la lista di gente scornata dal Patriota che non ricade nella categoria non fosse lunga abbastanza da rivaleggiare con la Marvel stessa. 

Vinti come Silver Kincaid (Jasmin Husain) e Moonshadow (Abigail Whitney), eroine rispettivamente musulmana e nera che vengono ingiustamente scavalcate a un talent show per entrare, ovviamente, nei Sette, perché a Patriota «non piacciono proprio queste fastidiose minoranze». Momento didattico per chiunque… eccetto che per gli spettatori neri e musulmani, per i quali questi episodi si chiamano vita quotidiana. E dopo l’eliminazione, inermi e sconfitte, le ragazze si tolgono di mezzo senza recriminare. Meglio farsi da parte senza colpo ferire, per un vinto, che rischiare di finire come Blindspot. O come Supersonic (Miles Gaston Villanueva), supereroe latinoamericano la cui esperienza nei Sette è coronata dalle microaggressioni del Patriota e da una morte truculenta per aver cercato di aiutare Starlight «perché è la cosa giusta da fare». Povero sciocco, che ancora crede nella cosa giusta: come può un vinto pretendere di ottenere qualcosa? Doveva provare il Metodo Butcher, marchio registrato: botte da orbi e ringhi a mezza bocca. 

Il meglio che può capitare a questi inermi “vinti” è la sorte di Queen Maeve (Dominique McElligott), unico personaggio principale queer della serie, e unico in assoluto della terza stagione se si vogliono escludere l’ormai celebre gag del rimpicciolimento di Termite e qualche liason (tra comparse) durante un’orgia. Il suo tentativo di vendicarsi del Patriota si traduce in un sacrificio per salvare i Boys da Soldatino che, oltre ad essere completamente inutile (Soldatino è vivo e vegeto, come ha la cortesia di informarci il montaggio finale), la lascia priva di poteri. Data per morta, e pianta dai media come “fiera lesbica”, Maeve è fuori dai giochi, e alla vendetta deve rinunciare a testa bassa. Non può che ritirarsi in qualche luogo nascosto «dove Patriota non possa trovarci», con la fidanzata Elena e concedere la bandiera della vendetta contro il suo tormentatore al solito Billy Butcher. Dopotutto, che fosse lui a comandare era chiaro da qualche episodio prima, quando Maeve gli si è concessa in un incontro bollente dopo aver ascoltato le sue volontà di assassinio di super. Elena si sarà accorta delle corna, guardandosi allo specchio? 

«L’inclusione», dice la solita Ashley Barrett presentando Blindspot a Patriota, «è una grande priorità [per i millenials]». Sottinteso, quelli vedenti, e bianchi e cristiani, per i quali la cosa non è una questione personale. Per quanto riguarda gli altri, quelli che traggono genuino piacere e conforto dal vedere sé stessi rappresentati in una serie grande e ricca come The Boys… per citare una #girlboss di altri tempi, che mangino brioche.

Rimane che il trucco del mostrare il lato oscuro del male quotidiano come un dato di fatto, imbastendolo di fascino criminale, di carisma e soprattutto di vittoria, non funziona. Ci si è provato con American Psycho, il romanzo scritto da un uomo queer e adattato al cinema da una donna, molto apprezzato da una certa categoria di persone che non ama particolarmente le donne e le persone queer. Ci si è provato con Fight Club, con Joker, con Rambo – poi rinnegato dal suo stesso autore – e con migliaia di altri “antieroi” il cui esempio negativo svetta incontrastato in un terreno mediatico senza una valida concorrenza. Ma se l’unica strada percorribile per gli uomini è quella verso la dannazione eterna, anche consapevoli del rischio, dovranno continuare a percorrerla in assenza di altre vie. Saranno solo più preoccupati da cosa troveranno alla fine, e la ricerca spasmodica di una valvola di sfogo continuerà imperterrita su nuovi bersagli. 

Eric Kripke conosce bene le affettazioni, i linguaggi e le presentazioni visive di Donald Trump, vista la sua fedeltà nell’applicarle addosso al Patriota, ma non gli guasterebbe di certo una ripassata sui suoi nemici. Ricorda bene Jake Angeli, ma non gli sovviene Iesha Evans. Ed è così che dimentica che i Patrioti della vita reale, ai nostri Billy Butcher, stringerebbero la mano: con l’altra mano, nello stesso momento, firmano decreti contro la famiglia di Silver Kincaid.

La quarta stagione di The Boys è in fase di produzione, promettendo un ritorno sul fronte ancora più violento. Il che è tutto dire, parlando di una stagione in cui il sangue finto si era esaurito già al terzo giorno di riprese. Con il mandato Trump ormai concluso, i bersagli politici diventano meno facili, ma rimangono terreno fertile per la satira. Tra i nuovi arrivati nel cast – necessari dopo l’ecatombe dell’ultima stagione – figura Jeffrey Dean Morgan, che già vanta un ruolo di spicco in un cinico cinefumetto per soli adulti: ha interpretato il crudele Comico nel Watchmen di Zack Snyder nel 2009, ruolo per il quale fu scelto dal regista perché lo riteneva un “man’s man”. Sarà un altro antagonista tormentato dai propri demoni che mostra agli uomini gli orrori del percorrere la via della tossicità, dimenticandosi nel mentre che tutte le altre vie sono sbarrate? O ci sarà finalmente una luce di speranza per i Boys e i loro compagni di sventure, prima che il ciclo ricominci e si torni a combattere ancora? 

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