Recensioni

Non è più l’America da rendere nuovamente grande, quella di The Boys 4, ma un’America “super”: super ambigua, super narcisista, super paurosa, “super” tutto, meno che super-eroistica. Il motto di Donald Trump (“MAGA / Make America Great Again”) viene ora preso e amplificato sulla scorta di quell’ego ora più che mai ricucito con ago di terrore su un personaggio come Patriota. E così nell’universo creato da Eric Kripke, nascoste all’ombra di storyline riempitive e personaggi da ritrovare, e altri da conoscere, giacciono le infinite contraddizioni dell’America di oggi, imbastite di una satira strepitosa e un linguaggio scurrile, volgare, e per questo perfettamente adatto all’ambiente sporco, crudo, pieno di sotterfugi e non detti, tipico di Butcher e della sua squadra.

In un mondo in cui la serialità non si fa più propaganda, ma monito sociale, la serie funziona non solo per un comparto visivo dinamico, coinvolgente, o per un corollario attoriale sempre in parte, quanto per una valenza denunciatoria di carattere sociale che ancora oggi in esso (r)esiste. Non è più l’America che salva il mondo come negli Avengers, ma è l’America che distrugge, tesse le proprie tele di paura sussurrando odio alle orecchie dei propri cittadini.

I discorsi di Patriota si fanno dunque rielaborazioni di canovacci usati da Trump; una ripresa narrativa che ora più che mai risulta essenziale all’alba delle presidenziali del 2024 dove il Tycoon parte per favorito e la democrazia cammina zoppicando. Eppure, al di là del discorso demagogico, quello di The Boys 4 è un volo a mezz’aria. Presa singolarmente, la quarta stagione funzionerebbe in toto, ma nel momento in cui la si reinserisce nel suo contenitore seriale di appartenenza, ecco che risente di alcuni passaggi non all’altezza delle stagioni precedenti. Certi elementi tornano con fare forzato, altri compaiono senza nulla offrire allo scorrere della stagione. Bisognava buttare carne al fuoco, e allora ecco che alcune sequenze vengono sacrificate sull’altare del superfluo, risultando fuori contesto e del tutto sacrificabili all’economia del racconto.

The Boys 4, still dal trailer (2024)

Mancano i grandi scontri, i momenti ipnotizzanti, i climax angoscianti che nelle prime due stagioni caratterizzavano ogni singolo episodio. Come è stato per la stagione precedente, anche qui molto è affidato all’elemento splatter, a teste che scoppiano e corpi fatti a pezzi (determinante sarà il personaggio di Victoria Neuman). Sono attimi che fanno girare la testa, spingono le mani a coprire occhi sensibili al sangue versato, ma che proprio per questo piacciono, funzionano, perché coerenti con la natura del racconto narrato; ma non bastano. Lasciati da soli, questi momenti non possono più farsi Cariatidi di un tempio esteticamente ammaliante, ma all’interno traballante, segnato da crepe e segni di usura del tempo.

Riuscire a rinnovarsi, senza perdere di freschezza non è facile; farlo riuscendo a rimanere fedeli all’idea di fondo lo è ancora meno. In questo tentativo, lo showrunner Eric Kripke riesce a portare a casa una stagione coesa, accattivante, solida, sebbene non del tutto capace di volare ad alta quota, subendo la forza delle intemperie e dei cali di tensione.

Sembra quasi paradossale constatare quanto una stagione bloccata in un notevole impasse a metà stagione, nascondi in sé un puzzle di tematiche profondamente mature e quasi anticipatrici sui tempi che viviamo. Complice un finale capace di stravolgere e ravvivare un fuoco che andava spegnendosi, The Boys 4 riesce a farsi perdonare le forzature e le mancanze precedenti, giocando di carisma, affascinando con quello charme misto a sangue che tanto contraddistingue i suoi protagonisti, due su tutti Butcher (un Karl Urban volutamente sottotono, così da amplificare l’ambiguità del proprio personaggio) e la sua nemesi, Patriota.

Già, Patriota. Antony Starr non ha bisogno di tante battute: basta un bicchiere di latte da bere, uno sguardo in camera, un tic della bocca, che tutto si investe di angoscia, terrore, pericolo. Ora più che mai il suo personaggio si erge a eroe della propria epoca; è l’uomo nuovo, l’uomo della rinascita, l’arbitro del caos, il despota capace di soggiogare masse depresse che lo elevano a trionfatore, ignare che da lì a poco ricadranno nel medesimo burrone rivestito di terrore.

Qui più che mai l’idea astratta del male si coagula, come una gettata di cemento a presa rapida, sconfinando dalle cornici televisive per insidiarsi nel quotidiano spettatoriale. Con riprese dinamiche, primi piani incalzanti su sguardi che dissimulano, nascondono, recitano, e lenti che si adattano all’umore dell’evento da immortalare, passando da grandangoli a focali lunghe, ogni linea narrativa trova la propria strada, riuscendo ogni volta – chi più, chi meno – a conquistare il proprio pubblico recuperando quel fascino primordiale dove la nausea per ciò che si assisteva si mescolava al desiderio incessante e masochista di volerne di più, di non avere mai abbastanza de I Sette,o dei The Boys.

Visivamente imponente, strutturalmente traballante, la serie sfrutta appieno il talento del reparto tecnico e attoriale, per cadere in quello narrativo. Gioca con le file dei propri personaggi come marionette da sfruttare, senza sapere più come fare, o come gestirli; e allora le mani improvvisano, le battute si fanno vuote, gli archi narrativi incompleti. È una maratona improvvisata, quella di The Boys 4; una corsa compiuta senza un allenamento alle spalle, dove ogni episodio si carica di attimi e deviazioni affrontati per raggiungere un certo minutaggio, nella speranza di arrivare al traguardo, anche se distrutti, anche se privi di forza.

The Boys 4 il traguardo lo supera, forte di uno sprint finale inatteso, e per questo sorprendente, degno di quelle emozioni a cui le prime stagioni ci avevano abituato e che sembravano essersi perdute, chiuse in un barattolo, come i peli bianchi di Patriota.

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