Recensioni

TOP

C’è un freddo metallico fuori dal Teatro della Concordia di Venaria Reale. Non è il freddo del Covo, o l’umidità del Circolo degli Artisti. È un freddo industriale, da periferia piemontese, che si sposa perfettamente con l’architettura di questo posto: un capannone che loro chiamano teatro, che sembra fatto apposta per disperdere il suono o per inghiottirlo.

Mentre entro, mi guardo attorno. Ho trentasei anni e sono esattamente nel posto dove dovrei essere. Vicino a quelli che nel 2011 scoprivano nuove band su SoundCloud, scaricavano gli mp3 e leggevano i blog perché l’algoritmo non ci aveva ancora masticato il cervello. Con quelli che hanno il mutuo da pagare e l’ansia di una vita intera, sopravvissuti nel bene e nel male all’era d’oro dell’indie. Accanto a quelli che si ricordano bene i Cani al Covo di Bologna nel 2011, o che si sono fatti i chilometri per andare a Roma al festival del Circolo degli Artisti (Soluzioni Semplici) quando i Cani avevano finalmente rivelato le loro identità. Erano tempi diversi, elettrici e sudici, in cui Niccolò Contessa si nascondeva sotto i sacchetti del pane e noi sotto strati di ironia difensiva. Eravamo felici senza saperlo, convinti di aver intercettato prima degli altri quel mix di synth e disagio borghese.

Poi è successo tutto il resto. È arrivata la definizione di it-pop. Sono arrivati Calcutta e – via Thegiornalisti – Tommaso Paradiso, hanno preso quel lessico che sentivamo nostro, lo hanno lucidato, ci hanno tolto le asperità e lo hanno venduto ai palazzetti. Hanno rimosso il mostro da sotto il letto. E io, lo ammetto, mi sono sentito geloso. Ci siamo persi di vista, io e I Cani, mentre il mondo sembrava andare a velocità stratosferiche.

I Cani
I Cani, Estragon Club Bologna, foto di Francesca Sara Cauli

Ma stasera, dentro questo “teatro” che sembra una cattedrale sconsacrata, tutto torna. Il Niccolò Contessa di oggi conserva nell’anima la natura di anti-frontman — per  “conquistare” il centro del palco fa sempre il giro da dietro — ma ha acquisito una statura tecnica impressionante. Quella che nove anni fa (ai tempi degli ultimi live) era urgenza lo-fi, talvolta approssimativa, si è trasformata in maestria. La voce è ferma, il controllo sul suono totale. Senza bisogno di urlare o di aizzare la folla come certi colleghi che hanno preso il suo stile rendendolo innocuo, Contessa domina il palco con talento e precisione.

Quando le luci si spengono, c’è una tensione elettrica. L’impianto scenico è monumentale: un’ellisse di luci che sovrasta il palco, un occhio tecnologico che ci scruta. Contessa è lì, ma non è lì. Si muove nell’ombra, defilato, cerca un suono che esca affilato, una lama che fenda.

Dal vivo, i brani di Post Mortem rivelano un’impalcatura tecnica notevole, svelando un lavoro di arrangiamento sopraffino che su disco si intuisce soltanto. Se troppo spesso usciamo dai grandi eventi lamentandoci di mix impastati e frequenze perse nel riverbero, qui – come a Bologna – la resa è cristallina. Il suono arriva denso, stratificato, di una limpidezza audiofila: una pressione fisica necessaria, schiacciante, che, se da una parte non può non far venire in mente degli approcci in stile CCCP o Bluvertigo, dall’altra conferma la tangibilità di quell’angoscia generazionale, che nascondiamo sotto i vestiti, senza mai sacrificare l’intellegibilità della performance.

Eppure, la scaletta è costruita per non lasciare nessuno indietro. L’equilibrio tra la nuova oscurità e il passato è strategico: c’è spazio per Glamour (con Vera Nabokov e Lexotan su tutte) e per la spina dorsale pop di Aurora (difficile trattenere le lacrime su Sparire). Spesso e volentieri, la platea abbandona la compostezza analitica per entrare nel rito collettivo. Si canta a squarciagola, senza il timore di apparire patetici, rivendicando il diritto di conoscere ogni singola parola a memoria.

I Cani
I Cani, Estragon Club Bologna, foto di Francesca Sara Cauli

Quando partono i brani del Sorprendente album d’esordio, i nostri anni presentano il conto, un conto che paghiamo volentieri. Nel 2011 cantavamo Velleità con l’arroganza di chi puntava il dito contro “i falsi nerd con gli occhiali da nerd, i radical chic senza radical, i nichilisti col cocktail in mano che sognano di essere famosi come Vasco Brondi (oggi divenuto Lucio Corsi)”; stasera, abbiamo avuto la conferma (che Contessa ha sempre custodito) che in quella lista, alla fine, c’eravamo dentro anche noi. Ma più che a una resa, il coro che si alza assomiglia a un urlo liberatorio. E colpisce un dettaglio, ormai raro: poche luci blu, pochi schermi alzati a filmare il nulla. Siamo pur sempre una generazione che, quando vuole, riesce a ricordarsi com’era il mondo (e com’erano i concerti) prima dell’obbligo dell’over-sharing.

Quando le luci si riaccendono e il flusso di gente si riversa fuori, verso il parcheggio buio di Venaria, l’euforia lascia spazio a una sensazione di densità. Camminando verso la macchina, realizzo che l’operazione – paventata in sede di recensione di Post Mortem – è riuscita: Contessa ha ucciso il vecchio sé stesso, ha fatto l’autopsia all’it-Pop e ci ha costretti a guardare dentro il cadavere.

Si torna a casa con una certezza: anche se il mondo è diventato un posto più freddo, dominato dagli algoritmi e dalla performance, c’è ancora bisogno di non indorare la pillola. Il buco nero ci ha scrutato a fondo, ma per due ore in quel “teatro”, sostenere il peso del suo sguardo è diventato, finalmente, un destino condiviso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette