Recensioni

Il primo album de I Cani esce nel 2011 e il più “anziano” tra i suoi fan Gen Z ha circa quattordici anni. I CD sono ancora diffusi, Apple scommette sui download digitali e, mentre l’iPod festeggia dieci anni, è già chiaro che la musica sarà sempre più una questione di smartphone. Sul PC si scarica illegalmente da Soulseek & co., e si ascolta con iTunes, YouTube e MySpace. Spotify e Instagram non esistono ancora, ma Facebook sì: proprio quell’anno raggiunge un picco tra i millennial, tra un “a cosa stai pensando?” e un meme. Per scoprire nuova musica la piattaforma di Zuckerberg sta fagocitando tutto, ma forum, blog e, non ultime, le webzine come la nostra restano punti di riferimento, insieme ai magazine cartacei che in edicola si trovano ancora come il pane.
Quando esce Il sorprendente album d’esordio de I Cani si balla un “electropop leggero ma tirato che nasconde il dramma di testi che fondano una sorta di psicoanalisi del mondo indie in ogni sua parte”. Sono le parole scritte allora di una musica fatta da millennial per millennial, ma non per la massa. Il loro ecosistema è digitalmente connesso ma ancora saldamente legato al circuito analogico/fisico precedente: una topografia in cui club, supporti e distribuzione indipendente hanno ancora un ruolo centrale. Conoscere i dettagli della musica che si va ad ascoltare è un plus, scriverne — più o meno avvedutamente — ancora di più, e per i maschietti contribuisce a rompere il ghiaccio con gli amori che verranno.

Vivaddio, la parola it-pop non esiste ancora. Al suo posto la più dignitosa etichetta di nuovo cantautorato indie. Perché tutto diventi Mainstream serviranno Calcutta prima, poi il successo dei protagonisti più noti della scena — Thegiornalisti e Gazzelle. A quel punto Spotify, Instagram e smartphone più prestanti si prenderanno tutto, cambiando mercato e classifiche, e abbassando notevolmente la media della massa critica degli ascoltatori: saranno loro a dettare le regole di un consumo più compulsivo, veloce, disinteressato, letteralmente accelerato a 1,5x.
Quando quest’anno, a sorpresa, esce Post Mortem — l’album del ritorno della (one-man) band di Niccolò Contessa — il titolo suona come una rivelazione. Nel recensirlo, Stefano Solventi parla di una prosa che ancora smaschera inquietudini e tormenti, ma le musiche sono cambiate. Se in Aurora il pop era crema solare per filtrare i raggi del malanimo, oggi il suo DNA viene riscritto per indagare l’io e quel buco nero che tutto divora. Sono i titoli delle prime due canzoni, ma anche l’uno-due iniziale della prima data del tour del ritorno de I Cani. Una tournée annunciata come il disco: dal nulla e, fuori dai giochi di parole, sorprendente davvero, a partire dai numeri. Delle, chiamiamole, residency nelle principali città italiane e Bologna — scelta come prima tappa — si registrano cinque sold out su cinque date. E parliamo dell’Estragon, che pieno fa 1300 persone a serata.

In anni di streaming, play e musica prostituita all’algoritmo, tra collasso climatico e democrazie sempre più autoritarie, l’era di MySpace sembra distante come una geologica. Si parte senza visual: solo un imponente gioco di luci su una volta ellittica curati da Martino Cerati. La band si fa largo tra i fari con un suono angoscioso e affilato. Non sono pezzi che rifiutano il sing along: è musica refrattaria alla nostalgia, ma l’effetto amarcord arriva ugualmente. Un po’ è voluto, un po’ ci sta. Non chiamatelo reunion tour (otto i brani tratti dall’ultima prova), ma è evidente che per i tanti presenti il piatto forte siano le cinque canzoni dall’esordio e le tre da Glamour. E le “hit” — sarebbe più corretto dire anthem — ci sono tutte: le cantano a memoria proprio quei millennial e quei Gen Z “anziani” che le hanno vissute in diretta o scoperte in differita grazie ai cugini più grandi.
È bello esserci dentro: sentire il boato alla partenza del concerto, i cori sui pezzi principali, il sing along. C’è chi fa crowd surfing, chi lancia felpe in aria. C’è una band — Valerio Bulla, Simone Ciarrocchi, Francesco Bellani, Marcello Newman — nata per fare questo. E c’è Andrea Suriani, che dai my awesome mixtape è diventato uno degli ingegneri del suono (e mastering engineer) più richiesti del mainstream italiano (per Salmo e Marracash i suoi lavori più recenti).

Se i visual, a cura di Galattico Studio, sono ottimi nel restituire quel folklore internet che dagli anni ’10 popola la rete di ieri come di oggi — tra scritte graffiti, meme e saccheggi da YouTube artatamente degradati — l’Estragon è impeccabile nella gestione dello show: dalla gentilezza del personale alla cura per il suono, potente ma definito, godibile tanto davanti quanto in fondo, dove c’è il banco del merchandise. Niccolò non è un leader carismatico: sul palco si muove nell’ombra come Zerocalcare, non certo come Tommaso Paradiso, ma la sua presenza resta centrale all’interno di uno show che restituisce con fedeltà i pezzi in studio, allungandone strategicamente le code e gli inframezzi con le classiche derive psych riverberate: il trattamento live di una rock band che, nello specifico, i riff li affida alle tastiere.
Foto gallery di Fransca Sara Cauli.
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