Recensioni

Ci sono gruppi per cui si litiga ai tavoli dei bar, durante gli aperitivi, tra un messaggio whatsapp e un altro, nel tempo sottilmente offuscato che segue la terza birra, tra i racconti su quanto si è stanchi e quante cose ci sono da fare domani e dopodomani. I Cani sono sicuramente la band italiana che più di tutte, negli ultimi anni, ha scaldato gli animi degli ascoltatori di musica pop, dalle colonne della critica specializzata agli status di facebook per intere giornate, poi per mesi e, perfino, in qualche commento di strascico ancora animatissimo, a distanza di anni. Ne abbiamo parlato tantissimo anche sulle pagine di SA, cercando di analizzare il lavoro del gruppo di Niccolò Contessa – ora il nome si può dire – dall’esplosione come fenomeno mediatico da social network (I pariolini di diciott’anni), fino all’uscita de Il sorprendente album d’esordio de I Cani.
Glamour arriva di sorpresa, imboccando mediaticamente la strada opposta a quella percorsa dal suo predecessore: un solo singolo di impatto nemmeno troppo violento (Non c’è niente di twee) e, a distanza di pochi giorni, l’album in streaming: nessuna anteprima, nessuna aspettativa da coltivare, nella piena consapevolezza che questo disco fosse intrinsecamente attesissimo dai fan e da quelli che, questa band, avrebbero voluto vederla inciampare su sé stessa, cadersi addosso e poi sparire.
E invece no, il ritorno non tradisce chi ci aveva creduto e se da un lato tende a muoversi sulle piane già solcate dai passi precedenti, dall’altro aggiunge i giusti nuovi tasselli a un quadro che fa della lentissima composizione, la migliore caratteristica. A partire dall’Introduzione – una chiara risposta a quanti criticarono la scrittura de I Cani perché neorealisticamente aggrappata alla descrizione di un microcosmo (l’ambiente dell’indie italiano) – Contessa mette a punto un vero LP, nell’antico significato del termine. Ai ritratti che andavano a comporre il primo disco, sembrano sostituirsi diversi autoritratti, e la descrizione spietata eppure emotiva che animava quelle canzoni, pare lasciare posto a una prima persona singolare della quale, alla fine dell’ascolto, riusciamo quasi a definire, nella più classica tradizione cantautorale nostrana, le debolezze e le fragilità. Sembra dunque non sia un caso che ad aprire l’album ci sia un pezzo che ricorda gli ultimi Baustelle e a chiuderlo una ghost track al piano con voce (di Matteo Bordone) che fa pensare a qualche vecchio autore del Folkstudio. L’idea che ci si fa, approcciando questo secondo disco, è di trovarsi di fronte alla spettacolarizzazione di un processo di crescita tanto artistica quanto umana. Il protagonista-narratore sembra, seppure molto lentamente, abbassare l’indice del giudizio che prima era rivolto a sé stesso solo attraverso un’analisi spietata del proprio ambiente, del proprio raggio d’azione. Al posto del dito puntato, ora, ci sono micro-autoanalisi che, in alcuni casi, non faticano a commuovere.
Su tutte, Vera Nabokov sembra una vera e propria canzone d’amore disperata e include i versi più belli e strazianti del disco “ricorda che mi hai promesso di andare in giro con la pistola per difendermi / e di tagliarmi la carne da mangiare nel piatto come Vera Nabokov”: una richiesta d’amore viziato, è vero, ma esistono forse richieste d’amore che non lo sono? La spietatezza di Storia di un artista mescola abilmente le immagini dello stile di vita di un grande artista del passato come Piero Manzoni – i cui dati biografici sono facilmente identificabili nel testo – aggrappato alla vita borghese della propria madre, con quelle di una generazione borghese – la nostra – che si aggrappa invece a icone ‘maudit’ del tempo perduto senza rinunciare ad alcune abitudini del presente “Ti festeggiamo ogni anno con mostre borghesi, con le foto profilo, con le tesi di laurea. Perché a noi piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti, Piero Ciampi, Bianciardi, Notorius B.I.G, Pasolini e Jay-Z.” E poi ancora un addio all’adolescenza che riesce a fotografare in modo nitido una forma precisa di malinconia crepuscolare (Corso Trieste) e un’idea che unisce alcune riflessioni leopardiane vagamente in bilico tra “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” e Il mondo di Jimmy Fontana: “Tutto l’universo nasce e muore di continuo e se ne frega dei progetti e degli amori e dei miei fallimenti” (San Lorenzo).
Non tutto convince, a partire da un singolo di lancio che si presenta come l’episodio fiacco e ragionevolmente escluso del disco precedente, o un FBYC (S f o r t u n a) esplicito omaggio ai Fine Before You Came. Allo stesso modo alcune reiterazioni di versi su momenti electro possono stancare facilmente e conferire ai brani un certo senso di svuotamento. Tutto questo, va detto, nonostante gli enormi passi avanti in termine di produzione (affidata a Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax) evidentissimi di questo secondo album: non lo avrebbe detto nessuno ma Glamour è un disco musicalmente variegato rispetto all’esordio, capace di includere elettronica, slanci punk (compresa una citazione di Gennaio dei Diaframma in Storia di un impiegato, il cui titolo preso da De André è a sua volta un’ennesima pacificazione con il cantautorato) e momenti imprevisti (San Lorenzo e la ghost track 2033) di pop e classicità.
Si attendono dunque nuove ondate di prevedibile polemica. Da noi un invito: se non siete convinti di quanto si dice in questa sede, prendete i testi del disco, spegnete la musica e provate a leggere; capirete che siamo davanti a un nuovo cantautore che, dapprima mascherato, sta cominciando a scoprirsi lentamente e a metterci il volto.
Amazon
