Recensioni

7.2

A due anni dall’EP Ash, gli Emptyset tornano con un nuovo lavoro che, più che un semplice album, appare come un’apparizione temporale. Se Ash era un disco di impatto fisico, d’intensità tellurica, di pressione sonora modellata come un residuo geologico, Dissever sceglie un’altra traiettoria: non meno abrasiva, ma decisamente più sfalsata nel tempo.

Chi segue James Ginzburg e Paul Purgas fin dai tempi di Recur sa bene che la loro musica non si ascolta: si attraversa. Parlare di composizioni ha poco senso, perché ciò che mettono in atto è un metodo — un dispositivo che elabora in tempo reale traiettorie sonore complesse, ma sempre aperte a un’esperienza sensoriale diretta. Dal suono che si faceva carne e pressione, si passa all’ipnosi, all’ellittica rifrazione. È come se il disco fosse la trasmissione di un broadcast dimenticato, partito nel 1969 e rimasto intrappolato in un’onda lunga che ci raggiunge solo ora.

Registrato in presa diretta nello studio di Mat Sampson a Bristol, Dissever è costruito con tecniche analogiche, spatial e multitrack recording d’epoca. Un gesto affatto nostalgico, semmai è un modo per accedere a una versione alternativa della modernità elettronica in cui minimalismo americano, kraut rock e kosmische musik e le prime forme di sintesi sonora convivono in un magma mistico e interconnesso. Il risultato è una suite espansa, dove le pulsioni cosmiche e le ambizioni tecnologiche del passato si intrecciano in un unico lungo, visionario, respiro.

La presentazione di Dissever alla Tate Modern ha evidenziato la natura performativa e ambientale dell’album, concepito come un’installazione sonora in dialogo con lo spazio (e che lo spazio è in grado di fagocitare). Le influenze dei soundsystem bristoliani riaffiorano in forma più astratta, mentre le esperienze parallele di Ginzburg (con il collettivo Osmium) e Purgas (con le sue ricerche sulla storia sonora del Sud Asia) contribuiscono a una visione che fonde passato e presente non per accumulo, ma per trasfigurazione.

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