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Maestri nel plasmare la circuiteria più elettrica e abrasiva del suono analogico applicando rigorosi concetti di intensità, spazio, texture e ritmo, il duo Emptyset si è distinto lungo due lustri per un percorso che dall’imbocco della via maestra tracciata dai Pan Sonic – e dalla Sähkö – ha saputo forgiarne una variante materica più che geometrica, innescando laboratoriali processi compositivi con poche ma complesse variabili in gioco in grado di far dialogare tra loro minimalismo e techno, industrial e noise. Dopo gli esordi nell’alveo techno su Future Days e quel Demiurge che può a buon titolo considerarsi fondante per le esperienze successive, l’approccio radicale dei due britannici, fondato sui più basilari costrutti della musica elettronica (onde quadre, riverbero, panning, feedback, rumore bianco) e sui complessi sistemi di regole applicabili alle loro interazioni, dunque sulla loro successiva scultura e modellamento, si è evoluto con coerenza e ha puntato con pragmatismo e visione verso una ricongiunzione tra le arti di settantiana memoria, senza tornare ad oziosi accademismi ma, anzi, affondando mente e corpo nella più fisica relazione con la macchina.

Da sistema chiuso, l’esperimento è poi entrato in simbiosi con il sound design attraverso un fitto dialogo con il concetto di architettura, e lo spazio (quello fisico dei progetti site specific) si è trasformato in parte attiva e integrante del processo compositivo (Medium, Material). Spazio che è tornato astratto – ma non meno importante – nei lavori di studio, portando la progettualità del duo ad un naturale matrimonio con l’ala Olaf Bender / Byetone di Raster Noton, realtà da sempre a cavallo tra performance, arte concettuale, urbanistica e composizione musicale.

In Recur, il loro esordio lungo sulla label tedesca, la novità principale risiedeva nello sbilanciamento sull’intervento umano: l’azione dei due, attraverso le manopole e i comandi della plancia, è diventata parte integrale di un processo più fisico e imprevedibile, ma pur sempre ancorato ai limiti e al rule-setting iniziamene preimpostato. Da qui sono nate composizioni che mostravano – neppure troppo paradossalmente – più contatti con il drone metal dei Sunn o))) che con le geometrie Zen applicate alle macchine dei berlinesi. E in quest’ultimo Borders (questa volta su Thrill Jockey), James Ginzburg e Paul Purgas propongono definitivamente una musica per performer, piuttosto che la performance, con l’accento posto sullo strumento rispetto al processo. Centrale per le nuove composizioni l’utilizzo di uno zither (pesantemente) modificato e di una batteria altrettanto sfigurata, che trasformano la musica di Emptyset in una carcassa rock volutamente semilavorata, una versione scarnificata del cyber rock dei Nine Inch Nails o, in alcuni momenti (i migliori), in una sorta di primi Swans in versione ritual ambient (Sight).

Beninteso, l’elettricità pansonica pulsa sempre nei loro cavi – i fan più giovani di Ben Frost gradiranno – ma questi nuovi Emptyset con l’accetta, più luddisti che scienziati, girano troppo spesso – e stancamente – a vuoto (emblematica Axis, in questo senso). Togliendo attenzione alla scultura dei suoni e allo spazio, due elementi che da sempre ne hanno contraddistinto le produzioni, prediligendo anzi costruzioni tanto frontali quanto prevedibili, i due britannici hanno perso un po’ di quell’assodato fascino che li ha sempre tenuti in alto tra le preferenze delle redazioni di – toh – Quietus e Wire, oltre che della nostra.

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