Recensioni

5.5

La costruzione delle fonti sonore del nuovo disco degli Emptyset, duo elettronico formato da James Ginzburg e Paul Purgas, si basa su algoritmi di intelligenza artificiale, che inevitabilmente proseguono lungo la linea rossa della scuola autechriana. Il compositore in questo particolare frangente dell’elettronica dovrebbe riuscire a mediare fra imprevedibilità degli esiti sonori (affidati appunto a macchine o algoritmi) e costruzione dell’intelaiatura organizzativa (la forma del pezzo). La scelta compositiva diventa quindi un continuo scambio fra apollineo e dionisiaco, fra maglie che ingabbiano e libertà anarchico/costruttiva.

Gli Autechre erano riusciti nelle loro ultime prove – in particolare nell’eccellente NTS Sessions del 2018 – a trovare un giusto equilibrio tra queste due forze, inglobando nel loro suono una prospettiva innovativa, che prescindeva dall’ascoltatore umano e forgiava musiche per macchine, seguendo le ontologie contemporanee teorizzate da Graham Harman. Gli Emptyset non riescono invece a prescindere da una forma classica, basata su battiti ripetitivi riconducibili a ritmiche techno (o in qualche punto addirittura hip-hop) che non fanno perdere le coordinate ed entrare nell’oblìo à la Terminator come nel mondo immersivo dei succitati illustri padrini.

Ginzburg e Purgas perseverano diabolicamente lungo la strada delineata nel precedente Borders (in sede di recensione dicevamo «togliendo attenzione alla scultura dei suoni e allo spazio, due elementi che da sempre ne hanno contraddistinto le produzioni, prediligendo anzi costruzioni tanto frontali quanto prevedibili, i due britannici hanno perso un po’ di […] fascino che li ha sempre tenuti in alto tra le preferenze delle redazioni di – toh – Quietus e Wire, oltre che della nostra.») e si soffermano più sull’ostentazione intellettualoide dei suoni, ma quando si va ad analizzare la capacità di posizionare queste belle costruzioni nello spazio e nel tempo, il fragile palco crolla senza appello. Anche se i due hanno dichiarato in sede di cartella stampa di aver lavorato per più di diciotto mesi con l’intelligenza artificiale, alimentando un modello predittivo che elaborava suoni dai loro archivi e improvvisando con legno, metallo e pelli di percussioni, i risultati ottenuti non convincono. Si vedano ad esempio le bordate industrial di Stem o gli accenni melodici à la Aphex Twin nell’opener Petal, come pure le vocals aliene di Bloom o le ritmiche post-hip-hop di Axil: in tutti questi brani la successione delle pur interessanti tessere del mosaico sonico finisce per essere uno show-off spocchioso più che un’elaborazione costruttiva. A differenza degli Autechre, che dialogano costruttivamente con l’intelligenza artificiale, qui si riescono a costruire dei bei quadretti da appendere alla prima della mostra, ma dopo che è finito il buffet tutti se ne vanno e nessuno torna indietro.

A onore del vero, nei punti più ambient del disco si intuiscono proposte interessanti di bilanciamento che hanno un potenziale di crescita, tracce come Pollen e Blade, dove l’immersione in acque da meditazione viene delicatamente turbata da imperfezioni rumorose che sottolineano la presenza umana nella macchina, richiamando le migliori prove di Amon Tobin, altro grande precursore di queste estetiche. Per la parte FX siamo a cavallo, mentre c’è ancora molto da lavorare sull’orchestrazione e il management delle idee musicali. Tentativo riuscito a metà.

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