Recensioni

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Se dovessimo tracciare una topografia del rock negli ultimi anni, faremmo fatica a definire dei punti cardinali di rilievo: forse andremmo più facilmente nel Regno Unito, dove un certo tipo di coagulo artistico si è formato attorno ad etichette e guru di riferimento (Speedy Wunderground e il suo creatore, Dan Carey), ma sarebbe un esercizio troppo facile, nonché già eseguito su queste coordinate. Quello che manca al rock, si dice, è la coesione che definiva scene come quella del Pacific Northwest a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, quella newyorchese “chic” dei primi Duemila, eccetera. L’unità d’intenti donerebbe al genere e ai suoi derivati (spuri e non) un nuovo lustro, una forza maggiore. Spesso, nel Vecchio Continente, ci dimentichiamo di guardare oltre le –esime iterazioni del post-punk à là Fall, e considerare non più gli Stati Uniti come conglomerato di esperienze musicali parallele e intangibili, ma come fucina di tante piccole riserve indiane che stanno portando avanti qualcosa di realmente propositivo e degno d’attenzione.

Nel novero degli avamposti del nuovo indie U.S., Philadelphia (e più in generale, lo stato della Pennsylvania) è un luogo che sta giocando un ruolo di fondamentale importanza: già in tempi non sospetti, con eccellenze locali dalle più disparate eredità sonore (The War on Drugs, Pissed Jeans, Nothing, Kurt Vile), la città dell’amore fraterno e delle campane ha lanciato sulla scena nazionale artisti ben riconducibili a una “tradizione indie” che contempla il weird, le sonorità dure e pure del punk, la psichedelia a briglia sciolta, il songwriting più illuminato e scaltro. Ma oggi, nel 2022, è legittimo parlare di un’autentica scena di Philadelphia, composta da band coeve e che spesso e volentieri collaborano tra di loro, o che hanno comunque avuto modo di condividere il palco e le tournee: Japanese Breakfast, Palm, Spirit of the Beehive, Mannequin Pussy, Sheer Mag, e i soggetti della recensione, Empath.

Gli Empath nascono nel 2015 da un gruppo di coinquilini in una casa ad ovest di Philadelphia, e la loro produzione è grossomodo definibile come “psychedelic punk”: estetica floreale, atmosfere rarefatte e chitarre con chorus fisso e distorsioni varie, tappeti di synth che “danno un certo tono all’ambiente” e una sezione ritmica da gruppo hardcore, questa è la ricetta del quartetto. La band si contraddistingue anche per l’utilizzo di field recording, fattore con cui implementano la già ricca (e rigorosamente lo-fi) pasta sonora, e che caratterizzava gran parte del loro primo LP, intitolato Active Listening: Night on Earth. Se i paragoni con i coevi e compari Spirit of the Beehive si sprecano (soprattutto per l’utilizzo di sample e per ambienti sonori molto acidi), gli Empath prendono spunto dalla furia giocosa dei Mannequin Pussy e da alcuni virtuosismi chitarristici applicati al punk che possono rimandare ai saliscendi vorticosi dei Palm. A tratti, la band non disdegna escursioni ancor più estreme e impervie, come nell’EP III+, che propone una lunga jam in studio di circa 25 minuti, antipasto per quella che sarà poi l’uscita di Visitor, a lungo posticipata.

Questo secondo album è se vogliamo meno fumoso ed inintelligibile del suo predecessore, più codificabile: se prima gli Empath si divertivano con balocchi da un minuto e mezzo, piccole molotov giocattolo che esplodevano poi in una nube di ambient rarefatta o suoni della natura, su Visitor è posta una lente d’ingrandimento sul loro minimondo, tutto si fa leggibile e spesso rivela aspetti inediti, come l’intermittente fascinazione per certo synth pop e qualche colata glitterata dream pop (Passing Stranger). L’album gode di exploit improvvisi (Corner of Surprise, Paradise) che richiamano i Deerhoofprog pop? Psichedelia in scatola si rivela intossicante per le melodie cucite su entità ectoplasmatiche (l’opener Genius of Evil, Elvis Comeback Special), altri brani sono la controfirma su cose già proposte con successo in altre istanze (Born a 100 Times).

L’album è un buonissimo passo in avanti per una band che è da gustare live, per via di performance molto energiche e per la potenza conferita ai brani (che anche qui affogano nella polverosità analogica dei nastri). Speriamo di vederli presto da queste parti, magari con qualche illustre concittadino.

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