Recensioni

Di tutti i sottogeneri dell’indie che meglio incarnano un certo spirito di sgangheratezza e noncuranza per le gerarchie, di sicuro quello che spicca di più è il math rock: un genere a sé stante per certi versi, che ha trovato consensi proprio nel 21esimo secolo, dopo aver bazzicato nei bassifondi del rock alternativo americano come una sorta di cugino freak emarginato e ignorato da tutti. Un genere che ha mantenuto quell’aura di sfiga e di nerdismo assoluto, va detto, ma che grazie anche a chi quel suono l’ha propiziato (Ian Williams dei Don Caballero) ha iniziato non solo a raccogliere proseliti, ma a suonare come una cosa “fresca”, nonostante fosse in giro da più di un lustro – basti pensare al successo di critica e pubblico di un progetto come Battles, che in un certo senso è un’esasperazione quasi cartoonesca del genere e al tempo stesso ne è l’estrema sintesi, abbracciando però le istanze dell’elettronica e di certa club music. Da qui in poi, migliaia di variazioni sul tema, con band di basso-medio profilo a tirare le redini del giochino, declinandolo nella sua forma più deflagrante e casinista (Hella, Lightning Bolt), oppure in quella più colta, vicina all’emo e a certe istanze del free jazz (Tera Melos), con qualche meteora ad accompagnare (Bygones, Adebisi Shank, Giraffes? Giraffes!). Ed è qui che entra in gioco questo quartetto statunitense, proveniente dallo stato di New York, con una storia tra le più consuete all’interno della rivoluzione copernicana che ha investito tutto il Nordest americano, eppure in grado di dire qualcosa in più, di fare la differenza.
Scombinando carte e gerarchie, i Palm inizialmente compongono musica che pare scritta con la mano sinistra, partendo da una semplice mistura di pop psichedelico e indie degli ultimi 10-15 anni, ma che appunto suona come se la bobina fosse mandata al contrario. I risultati sono ancora zoppicanti, ma possono raccontare qualcosa d’interessante, così, quando nel 2015 esce il loro esordio Trading Basics (il cui titolo rispecchia in un certo senso il concept del loro progetto musicale) è un’etichetta come Carpark ad acquisirne le prestazioni. Parte del loro spirito viene fuori proprio nella prima pubblicazione sull’etichetta di Washington (generalmente interessata al meticciato colto del pop, dai Beach House a Toro y Moi), l’EP dello scorso anno Shadow Expert, che prepara la strada a questo secondo full-length – Rock Island – essendone una sorta di preludio: si mantiene quella giusta dose di fancazzismo e melodie sdrucite, questa volta però levigate da una produzione che tende a trasformare gli strumenti in chiavi passepartout che imitano (se non replicano, in alcuni casi) altri suoni – le chitarre sembrano marimbe, ad esempio.
Rock Island è quindi l’album che dovrebbe a quest’altezza riassumere la cifra stilista della band, e a suo modo ci riesce: gli strumenti agiscono al solito a funzione invertita, le chitarre e le voci si sovrappongono come elementi ritmici, con la batteria e un basso molto elastico a commentare il resto. Tutto s’intreccia e si dissolve, in un elegante ed elaborato lavoro di tapestry e in trame sonore che non si discostano molto dalla no wave (andando a pescare in episodi recenti, direi Naomi Punk, Women e Ought); a volte si ha pure un piacevole effetto tropical-glitch, quasi più accomunabile ad un immaginario vaporwave o rétro-electro che a un gruppo indie rock – è difficile da spiegare a parole: è come se un album dei Real Estate venisse mixato con la stessa tecnica di cut and paste che Oneohtrix Point Never usa nei suoi album, in particolar modo Replica (2011). Rock Island è questo ma è anche un disco che sa non disperdersi troppo nel suo caos controllato: dei suoi 40 minuti spalmati come una marmellata allucinogena, nulla rimane realmente indigesto, e un piacevole senso di fluidità conferisce all’album una carta in più da non sottovalutare. Instant classic per chi scrive.
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