Recensioni

Nel 1978, George A. Romero decideva di ambientare il suo secondo film della saga dei morti viventi, Zombi, in un centro commerciale, aspra e diretta critica nei confronti di un sistema capitalistico che ormai aveva corrotto praticamente ogni strato sociale e che si preparava ad entrare nel suo glorioso decennio edonistico (quello dell’America di Ronald Reagan). 45 anni e svariati film di genere dopo, un alto centro commerciale è il motore principale dell’azione e ancora una volta l’oggetto della critica del suo regista che stavolta prova ad aggiornare il racconto nel contesto del Black Friday.
Negli Stati Uniti, infatti, il giorno degli sconti folli è leggermente diverso rispetto a quanto accade in Italia. I centri commerciali si organizzano con offerte ad hoc e riservate ai “primi 100 clienti” ad esempio, per questo motivo folle inferocite di consumatori si accalcano in fila fuori dagli esercizi commerciali, aspettando impazienti l’orario di apertura. Non è una pratica nuova, non sono inusuali scene di persone accampate fuori dai negozi, ne abbiamo viste ritratte anche in diversi film e serie televisive, quindi è un contesto che oltreoceano è ormai ben consolidato. In Thanksgiving è proprio qui che Eli Roth decide di far partire l’azione, o meglio l’orrore, diversamente dal suo fake trailer inserito nel double feature Grindhouse.
Piccola premessa: Thanksgiving è il secondo fake trailer tra quelli inseriti nel film di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez a tramutarsi in un lungometraggio, dopo che lo stesso Rodriguez era riuscito a fare lo stesso con il suo Machete (arrivando anche a realizzare il secondo capitolo, Machete Kills, sorta di operazione nostalgia e atto d’amore verso certo cinema di serie Z); nel suo film, Roth ricrea anche diverse sequenze del finto trailer inserendole all’interno di una storia più ampia ma senza perdere mai quello spirito goliardico e sbruffone che caratterizzava l’operazione.
Thanksgiving parte in medias res, la notte del Black Friday, quando a causa della follia consumistica diverse persone rimangono uccise dilaniando la vita di diverse persone. Tra queste, una decide di vendicarsi personalmente esattamente un anno dopo la tragedia, specialmente prendendo di mira un gruppo di adolescenti, tutti presenti quella notte al centro commerciale.
Eli Roth non è Tarantino, né Rodriguez e nemmeno Edgar Wright (altro autore dei fake trailer di Grindhouse, nella fattispecie Don’t). Chiaramente non è dotato dello stesso talento dei colleghi e lo conosciamo principalmente per pellicole come Hostel o Cabin Fever, dove al piacere per i classici dell’horror a stelle e strisce contrapponeva un (mal)sano divertimento per le sequenze gore e splatter, dal piacere rigorosamente artigianale. Anche Thanksgiving non fa eccezione: il sangue e le budella abbondano, gli stereotipi del genere sono ricalcati anche fin troppo eccessivamente e lo spettatore rodato capirà abbastanza presto la risoluzione dell’enigma (e l’identità del colpevole).
Eppure, non è possibile escludere una componente divertita e divertente nella costruzione degli omicidi, dove – soprattutto per quel che riguarda le vittime adolescenti – il sottotesto sessuale e pruriginoso è sempre in agguato (come in Halloween di John Carpenter). Aggiungete, poi, un gruppo di liceali completamente idioti – un must del genere – e il gioco è fatto (su tutto aleggia un’ulteriore critica al sistema dei social network, strumento capace di deridere a suon di like anche le vittime degli omicidi in una società ormai paradossalmente scollegata dalla realtà).
Non aggiungerà nulla al genere di riferimento rispetto al passato, ma Thanksgiving si inserisce abbastanza naturalmente in quella lista di film(acci) – un tempo avremmo detto da “noleggiare” – da guardare e riguardare in streaming a ogni Halloween (o Ringraziamento, nel caso degli americani).
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