Recensioni

Impegnati in una lunga residenza all’Ircam di Parigi (l’Institut de Recherche et Coordination Acoustique/Musique creato da Pierre Boulez a metà anni settanta del secolo scorso) lo stesso mese in cui usciva il loro disco d’esordio omonimo (novembre 2023), i tellKujira si sono ritrovati circondati dalle proteste dei lavoratori del Centre Pompidou, sede dell’IRCAM stesso. Una situazione che ha lasciato un segno profondo sui musicisti influenzando anche La lucha es un poema colectivo, a cominciare dal titolo scelto per il secondo album della band: «Entrare in quel luogo di stranieri e fare arte mentre fuori centinaia di persone rischiavano di perdere il lavoro è stato straniante. Nasce da questo straniamento il titolo del disco, evocativo e allo stesso tempo materico. […] Parole che ci fanno vibrare, ci commuovono e aprono squarci nella nostra storia come gruppo».
Voci di manifestanti – non quelle dei lavoratori citati in apertura ma riprese da altri tumulti francesi, dai giorni del G8 di Genova del 2001 e dal documento sonoro che testimonia l’irruzione delle forze dell’ordine nei locali di Radio Alice a Bologna, nel 1977 – che diventano parte integrante di una narrazione capace di aggiungere complessità e ulteriori intuizioni a quanto messo in mostra ai tempi dell’ottimo esordio della formazione. Qui sembra che la destrutturazione dei contributi strumentali e le improvvisazioni più radicali alla base dei brani guadagnino il rango di testimoni del caos proveniente dal mondo esterno, mentre il paesaggio sonoro del disco cambia morfologia con il passare dei minuti: nella bellissima En Greve, ad esempio, un bordone appena accennato che sarebbe piaciuto a certi Agitation Free sostituisce le cacofonie “percussive” free iniziali, si fa soundtrack minimale, per poi concedere spazio a melodie cameristiche costruite sugli archi e introdotte da un ribollire inquietante evidentemente debitore nei confronti dell’industrial.
Nonostante i laterali riferimenti all’attualità, il secondo album dei TellKujira non è però un disco politico. Questo perché la musica lavora per analogie e suggestioni, suggerisce colori che toccano nel profondo senza tuttavia indicare una strada certa, colleziona scene da un copione legato a filo doppio all’emotività di chi ascolta. Un approccio alla composizione che unisce effettivamente «silenzio, movimento e suono», e in cui anche la dinamica e i volumi ricoprono grande importanza: è il caso del dialogo vagamente post-rock tra violoncello, viola e chitarra elettrica che si ascolta in Tarantella, costruito su modulazioni di intensità che alternano tensione e rilascio in modo esemplare. La stessa invidiabile fluidità di fondo che si ascolta anche negli altri passaggi del disco, frutto della capacità della band di ricombinare con grande facilità linguaggi musicali colti molto diversi tra loro, siano essi ambient, jazz (vedi il “pizzicato” che mima il contrabbasso nella conclusiva Walking On The Beach – What To Love And Fight For) o magari la musica classica.
La lucha es un poema colectivo è un lavoro da ascoltare con la dovuta calma, immersivo ma senza facili scorciatoie, musicalmente sorprendente e formalmente raffinatissimo. Nei brani dei tellKujira c’è l’eleganza dei Soundwalk Collective, la capacità narrativa dei The Necks e un approccio trasversale alla musica scevro da facili stereotipi che è ormai un marchio di fabbrica. Tanto che forse sarebbe il caso di mettere finalmente i Nostri al centro delle cronache, invece di confinarli nell’onorevole – e purtroppo per noi assai ristretto – mondo delle musiche d’avanguardia destinate alle installazioni museali. Ne avrebbero pieno diritto.
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