Recensioni

Nel cinema grindhouse di Tarantino e Rodriguez, i film sono fatti come si facevano una volta. Con l’amore incondizionato per la serie B a suon di zombie, mitra, psicopatici, sangue, sesso e ironia. Un affresco cinefilo che ha fatto flop in America e ora sbarca in Europa tagliato a metà. Le strizzatine d’occhio di Tarantino mostrano la corda ma divertono ancora, mentre Rodriguez fa come i bambini a luna park..
Ladies and Gentlemen, welcome to violence…
Negli U.S.A. le grindhouse erano i cinemini di periferia dove si proiettavano filmacci di serie B, C, D e se possibile anche Z. Nelle grindhouse si promuoveva anche il concetto di “double-bill feature”, ovvero due film al prezzo di uno. Erano un luogo ai margini come in una dimensione parallela del cinema, pieni di maniaci, drogati, prostitute, disoccupati depressi e altra gente del settore “mondocane”. Ergo: zero pretese intellettuali e acceleratore a tavoletta su sesso e violenza e ancora sesso e violenza, sesso e violenza, violenza e sesso. In Italia tutto questo è paragonabile alle salette parrocchiali e ai cosiddetti “pidocchietti” di quartiere dove venivano passati in pompa magna film di seconda e terza visione. Salette che sono progressivamente scomparse causa avvento delle VHS e della TV. I cinemini dell’oratorio resistono ancora, ma i pidocchietti così come le salette a luci rosse sono definitivamente tramontati. E’ l’evoluzione che cede il passo al progresso, ma è soprattutto un pezzo di storia sociale non indifferente. Il consumo del cinema di genere si è poi progressivamente individualizzato con le videocassette, le tv locali e i più recenti, i DVD. Ma la pratica bassa ci fa da fondamenta. Lucio Fulci non sarà paragonabile a Tarkovskij ma tutte le immagini scorrono, si riproducono e si evolvono, anche le sue, e così Go Go Yubari in Kill Bill piange lacrime di sangue come Katherine McColl in Paura nella città dei morti viventi.
Quentin Tarantino è il grand master della citazione, del post-moderno, del giochetto pulp-intellettuale, della strizzatina d’occhio. Quentin Tarantino è anche un malato terminale di cinefilia. Ormai lo sappiamo tutti. Lui lavorava in un video noleggio e aveva tutto il tempo di guardarsi e riguardarsi centinaia di film. Ma non gli bastava, perchè evidentemente quando smontava da lavoro se non andava in qualche bar a bersi qualcosa e a sparare cazzate (da qui probabilmente la tipica sequenza tarantiniana della chiacchierata al bar) il Nostro si immergeva in qualche grindhouse. E non era il solo. Non molto tempo fa Joe Dante, nel ricordare la figura di Mario Bava in uno special televisivo, ricordava di aver visto i primi film di Bava proprio in un cinema grindhouse. Così come devono aver frequentato queste salette di terz’ordine gente sparsa del calibro di Abel Ferrara, Martin Scorsese, Tim Burton, Coen Brothers e dulcis in fundo lo sparring partner di Tarantino, Robert Rodriguez.
L’idea di fare un doppio film del genere, che rinverdisse i “bei tempi andati”, pare sia venuta in mente proprio a Rodriguez. Questi si presenta un giorno a casa di Quentin e insieme si soffermano a guardare la vecchia locandina di un double bill epoca grindhouse. Ragionano rapidamente su come imbastire la cosa. Fare film che si riallaccino in tutto ai B movies degli anni ’70, finanche nella filigrana trasandata della pellicola. Decidono di dividersi due titoli e di fare un tipico double bill. Decidono di replicare anche l’impasse da bobina mancante che spesso si verificava nelle proiezioni dell’epoca. Quest’idea in particolare viene a Tarantino, che si ricorda un episodio specifico accaduto durante la proiezione in un drive-in di La spia senza domani con Oliver Reed. Semplicemente ad un certo punto la proiezione si interrompeva con un avviso di scuse per la bobina mancante e il film si ritrovava catapultato di botto nell’azione. Decidono anche di riprodurre i gustosissimi trailer che passavano tra un film e l’altro. Dalla seratina a casa di Quentin alla distribuzione nelle sale americane di Grindhouse il passo è breve. Il double bill prevede un primo film di Rodriguez chiamato Planet Terror e un secondo di Tarantino, chiamatoDeath Proof. Anche i generi in cui si iscrivono i due film sono standard e canonici dell’epoca. Zombie movie per Rodriguez e high race car movieper Tarantino. Nel mezzo vengono ficcati una serie di trailer di finti film firmati da registi amici e volti noti nel settore: Rob Zombie, Eli Roth, Edgar Wright.
Tutto questo è quello che è passato in America, dove il film ha debuttato nelle sale lo scorso 6 aprile. Il risultato al botteghino è stato un clamoroso floppone, che ha mandato tutti in allarme. A dispetto della falsissima notizia battuta pure dall’Ansa, secondo cui la decisione di distribuire in Europa il film spezzato in due è stata presa dai produttori della Weinstein Company per correre ai ripari dopo l’insuccesso nelle sale americane, l’intenzione di tranciare in due il film e di distribuire le parti separatamente era già stata abbondantemente presa prima dell’uscita negli States. Il motivo è il semplicissimo: voler raccattare quanti più soldi possibile, ma va anche detto che la durata eccessiva del double bill in questione ha certamente aiutato a tenere alla larga gli spettatori statunitensi. Dei due, il primo a girare dalle nostre parti è manco a dirlo Tarantino, arrivato in anteprima al festival di Cannes con una versione del film allungata di mezz’ora. Planet Terrorprobabilmente arriverà nelle nostre sale dopo l’estate. Rimane ancora un mistero come si deciderà di risolvere la versione dvd del film. Sta di fatto che è già attesissimo e probabilmente riuscirà da solo a far rientrare ampiamente dei costi.
They Call Him Machete… i fake trailer
I fake trailer inseriti in Grindhousesono una delle chicche più divertenti di tutta l’operazione nostalgia che sta dietro al film. Il primo che passa, prima dei titoli di testa eMachete, diretto personalmente da Robert Rodriguez e interpretato da quella magnifica faccia di cuoio di Denny Trejo, l’uomo che contende ad Henry Silva la palma d’oro come miglior caratterista di tutti i tempi. Il presupposto è chiaro: un tipico action movie anni ’70, con Trejo per protagonista e una dose massiccia di ardore e orgoglio messicano. “Have you ever killed one man before?” domanda la tipica faccia da spaghetti-western a Denny Machete. Quest’ultimo si gira e lo guarda semplicemente senza battere ciglio. Le citazioni ovviamente si sprecano. “They soon realize… they just fucked with the wrong mexican”. Il trailer è piaciuto talmente tanto che Rodriguez si è detto dispostissimo a trarne un film. Trejo lo ha preso in parola arrivando quasi a minacciare quelli della Weinstein Company per farlo. E a questo punto speriamo che il film si faccia o altrimenti Danny Trejo si incazza!
Il secondo trailer tocca a Rob Zombie. Werewolf Women of the SS è un aperto omaggio ai nazi erotici dell’epoca. Film come il celeberrimo Ilsa la belva delle SS. Dichiaratamente grottesco e posticcio, non manca l’apparizione della moglie di Rob, Sheri Moon Zombie, nella parte di Eva Krupp che si divide tra il canto teatrale, le frustate sadiche e la magnifica tagline: “We are now in total control of pure wolf”. Straordinario come sempre Udo Kier, un altro da elencare tra i caratteristi migliori di sempre, insieme a Tom Towles e Bill Mosley. Ma il clou del trailer, che narra di come i nazisti facessero esperimenti segreti per trasformare le donne in lupe mannare, è l’apparizione finale di Nicholas Cage nella parte di Fu Manchu. Goliardissimo. Il trailer diretto da Edgar Wright (Shaun Of The Dead) e intitolato Don’t è sicuramenteil più divertente tra tutti quelli messi in Grindhouse. In esso c’è la riproduzione peculiare dei ghost house moviedi quell’epoca. Anche nei vestiti e nelle capigliature degli sventurati. Tutto è deliziosamente seventies fashion, finanche nel design del titolo su fermo immagine. Il refrain su cui gioca tutto il trailer è semplicemente perfetto: “If…you…are…thinking…of…going…into..this…house…..DON’T. If…you…are…thinking…of… opening…this…door…. .DON’T”. Ed è tutto un prendere in giro le situazioni tipiche degli horror, dalla porta chiusa, allo scantinato, tutto costruito con il refrain a fare da colonna sonora. Se stai pensando di aprire quella porta… NON FARLO.
Il fake trailer diretto da Eli Roth (Cabin Fever, Hostel), intitolato Thanksgiving, se la contende con Don’tper il titolo di migliore della serie. Il richiamo qui è ai più grezzi e beceri slasher movie. Si parla di un tipico serial killer con cappellaccio da inquisitore che nel giorno del ringraziamento se ne va in giro a fare una strage. Le situazioni goliardiche abbondano come sempre in Roth. Già di culto le scene con la cheerleeder e i due poliziotti vicino al cadavere senza testa: “It’s blood!” dice il primo. “Son of a bitch” dice il secondo, interpretato dal magnifico e redivivo Michael Biehn (Terminator, Aliens, Abyss). Il finale con l’umano cotto al posto del tacchino è un’altra cafonata da antologia. Ora Roth parla di fare un Grindhouse 2insieme a Wright sviluppando i rispettivi trailer in film più definiti. Oltre a questi che si sono poi effettivamente visti nella versione double-bill americana di Grindhouse, inizialmente era previsto anche un finto trailer diretto da Tarantino e intitolatoCowgirls in Sweden, apertamente ispirato alla sexploitation svedese ed il giochino ha preso talmente piede che Rodriguez ha pensato bene di lanciare un contest vero e proprio. Il vincitore è stato Hobo With A Shotgun,diretto da Jason Eisener, Rob Cotterill e John Davies che è passato soltanto in poche copie della versione americana del film. Sta di fatto che Rodriguez e Tarantino hanno comunque lanciato l’ennesima moda e la rete si è riempita di finti trailer girati amatorialmente e ispirati al cinema di genere. Basta andare su Youtube e imbattersi in cose come Zombreros, Demonessa, Isle Of The Flesheaters oMister Muerte: Trial of the Undead…
Quando non c’è più posto all’inferno… Planet Terror
Rodriguez è un appassionato dei film di zombi. Planet Terror nasce per stare allo stesso gioco di Dal tramonto all’alba. Grezzo, cafone, esagerato, stupido. Sceneggiatura che affonda con tutto il corpo nelle idiozie tipiche del genere. Sangue in dosi massicce. Ironia all’ennesima potenza. Citazionismo oltre il livello di guardia. Detto in altri termini: uno spasso. L’idea che sta dietro a Planet Terrorè quello dell’assedio zombesco tutto girato in notturno. Ma non si tratta di veri e propri zombi, bensì di persone infettate da un virus. A tal riguardo Rodriguez dice di aver preso l’idea direttamente da una discussione avuta con Umberto Lenzi a proposito del suo Incubo sulla città contaminata. Alcuni tagli di inquadratura sono presi pari pari da La notte dei morti viventi di Romero, così come daZombi 2di Fulci. I personaggi assurdi richiamano mille situazioni del genere zombie-horror, la stessa ambientazione nell’ospedale può ricordare gli interni dei film di Romero. L’apertura è di quelle che non si dimentica con la lap dance di Rose McGowan. In seguito vediamo come alla bella Rose viene mangiata e amputata una gamba e come questa se la sostituisca con un mitra, citando apertamente il leggendario Ash e la sua sega elettrica nella serie di Evil Dead. E ancora fa una bruttissima fine Fergie dei Black Eyes Peas, così come ci rimette le penne in modo gustosissimo il grande Tom Savini, indimenticabile effettista dei film di Romero. Arriva puntuale il taglio della bobina mancante proprio sul più bello e arriva anche il cameo splatterosissimo di Quentin Tarantino. La soundtrack inizialmente avrebbe dovuto farla John Carpenter, ma poi quest’ultimo si è defilato. Rodriguez allora se l’è composta da solo citando palesemente il maestro e arrivando ad usare anche un pezzo della colonna sonora di Fuga da New York. Anche l’aria del film è molto carpenteriana, fredda e notturna e come nota Tarantino “sembra proprio lo zombie movie che Carpenter non ha mai fatto”. Al di là di questo, l’episodio di Rodriguez è vincente perché dichiaratamente rètro e sopra le righe, senza che nemmeno cerchi di incamminarsi nel sentiero del giochino intellettuale della ricostruzione e ricontestualizzazione dei materiali bassi che invece preme da sempre fare a Tarantino. Per appassionati della serie B ma tutto sommato godibilissimo per tutti, questo Planet Terror è un vero e proprio secondo capitolo di Dal tramonto all’alba, che però rimane tutt’ora imbattibile.
Un Vanishing Point tra le cosce… Death Proof
Il film di Tarantino prosegue nella riproposizione dei generi di serie B e di un cinema impolverato da riscoprire e riguardare con nuovi occhi. Arrivati a questo punto della sua filmografia si capisce che i primi due film fanno un po’ testo a parte e che a partire daJackie Brown, il Nostro ha cominciato un’opera di archeologia cinematografica tutta sua, nonostante gli epigoni di cui si circonda (vedi lo stesso Rodriguez o Eli Roth che fa recitare Edwige Fenech insieme a Luc Merenda in Hostel 2…). Se Jackie Brown rileggeva la blaxploitation e Kill Bill i film di kung fu (il vol. 1) e lo spaghetti-western (il vol. 2), adesso con Death ProofTarantino torna al genere americano, e più specificamente al genere delle corse stradali e degli incidenti di macchina. Più che un genere vero e proprio, un sottogenere con una storia di tutto rispetto e qualche pietra miliare puntualmente citata nel film. L’attacco è tipicamente tarantiniano. Un paio di piedi femminili poggiati sul cruscotto di una macchina a tutto gas tra le campagne dell’America di provincia. Lettering vintage dei titoli, con font psichedelico anni ’60. E ancora Jungle Julia che si stende su un divano a fumare marijuana sotto una gigantografia di Brigitte Bardot in una casa dove è appeso anche il manifesto di Paranoia di Umberto Lenzi. Riprese impazzite dei piedi delle ragazze da feticista allo stadio terminale (In questo senso Death Proof è il film di non ritorno per l’ossessione di Tarantino), e il panorama di riferimento è già chiarissimo. Sta già tutto nella soggettiva della macchina nera (con teschio bianco e il papero incazzato del tir di Convoy) di Stuntmen Mike in corsa ad aggredire l’asfalto. Vanishing Pointdi Richard Sarafian viene poi espressamente citato dal secondo gruppo di ragazze in quella che sembra la versione femminile della celebre chiacchierata introduttiva de Le Iene. Death Proofè una divertita girandola di situazioni tarantiniane: locali (Il Guero’s, il Texas Chili Parlor di Warren, ovvero Tarantino himself…), belle donne, piedi, shorts, rock acido anni ’60, citazioni a iosa. Stuntmen Mike inizialmente doveva essere interpretato da Sylvester Stallone, poi da Michey Rourke e Ving Rhames, poi in ultima battuta è toccata a Kurt Russell e quest’ultimo ha inevitabilmente macchiato di suo il personaggio del misogino psycho killer che se ne va in giro con una macchina “a prova di morte” ad irretire ed uccidere gentili fanciulle dal fascino evidente. Il taglio che da al personaggio del killer (non solo in senso metaforico, vista la stupenda cicatrice che porta sulla faccia) è inevitabilmente agrodolce, goffo e cazzone. Truce quando deve esserlo e imbranato quando le vittime lo aggrediscono e non se lo aspetta. In questo senso Stuntmen Mike è il miglior personaggio interpretato da Russell dopo quelli fatti per Carpenter. La parte degli inseguimenti in macchina fa il verso agli esempi illustri del settore: Vanishing Point, ma anche Gone in 60 Seconds, Mad Max, Duel e Hazzard. Non ultimi i film di Russ Meyer, in particolare Faster Pussycat Kill Kill! soprattutto nel finale con il trio di donne incazzate nere. La parte con Zoe Bell (nota stuntwoman già al lavoro con Uma Thurman in Kill Bill) sul cruscotto della macchina è da antologia dell’adrenalina. In pratica donne e motori. Cosa si può volere di più da Tarantino? Forse che arrivati a questo punto la smetta di rifare i B movies visti da ragazzo? Forse che decida se essere apertamente grezzo e cafone come Rodriguez o autore un po’ sopra le righe come ai tempi di Pulp Fiction? Forse che dia un freno agli epigoni e a chi mangia sul suo nome? Tutte cose verissime e che dal prossimo film non potranno più essere rimandate, ma almeno per ora Death Proof rimane una divertentissima operazione di modernariato vintage e un film in cui il Nostro si prende un po’ meno seriamente del solito. Un film minore destinato a sedimentare piano piano nel tempo come già era stato per Jackie Brown.
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