Recensioni

The VVitch, The Lighthouse, The Northman. La collezione del regista americano Robert Eggers aggiunge una nuova carta al mazzo. In fondo, sempre di antiche folk tale al confine tra umano e sovrumano si tratta, che si parli dei meccanismi pre-caccia alle streghe nel 1600 rurale oppure dello sguardo neo-surrealista e lovecraftiano sul mix in bianco e nero di Coleridge e mito di Prometeo incarnato da un paio di folli marinai-guardiani del faro alla fine dell’Ottocento. Se c’era grande attesa per questo terzo lavoro firmato da Eggers, per quanto ci riguarda era proprio in virtù della bellezza dei suoi precedenti due film, esaltati da grande gusto estetico, cura maniacale nel ricostruire setting e linguaggi d’epoca, sguardo ambiguo e per questo carico di mistero nel poggiarsi su piccoli mondi esoterici-onirici e relativi personaggi.

Attesa per certi versi fomentata, per giunta, dal salto di livello preannunciato dal passaggio da A24 a Universal Pictures e Focus Features, con tutti i pro e contro del caso. Pro: un budget di 60-90 milioni di dollari, lievitato a causa delle norme Covid, che ha garantito la fattibilità dei girati d’azione e ha innanzitutto consentito l’arruolamento di un cast stellare: il roccioso Alexander Skarsgård già Tarzan nel 2016 per David Yates a dare corpo al protagonista Amleth con look sulla falsariga del Conan di Schwarzenegger diretto da John Milius (l’idea di un film sui vichinghi è in realtà partita proprio dall’attore svedese, mentre il fratello Bill ha dovuto dare forfait per ragioni di schedule), Ethan Hawke nei panni del padre Aurvandil – il Re Corvo di Guerra ucciso dall’ombroso zio-villain interpretato da Claes Bang – e Nicole Kidman in quelli della regina Gudrún.
Una carrellata di volti che, al di là dei rispettivi ingressi in scena a volte a effetto a volte meno, avrebbe potuto essere probabilmente esaltata meglio. A loro si aggiungono le due figure freak forse più affascinanti, affidate a due fedelissimi di Eggers: l’Olga delle Betulle di Anya Taylor-Joy (lanciata nel mondo del cinema con il succitato The VVitch) e Heimir Il Folle di Willem Dafoe, la prima una maga di origini slave profondamente connessa alla sfera della natura, una sorta di variante di Ofelia che diverrà spalla-amante di Amleth, e il secondo un giullare di corte fuori di testa ma parecchio rivelatore – «Ricorda per chi hai versato l’ultima lacrima» – del quale rimarrà ben presto più o meno intatta solo la testa-teschio (per la serie, essere o non essere).

Björk, invece, sotto alle iconiche sembianze di una veggente priva degli occhi, compare su schermo per pochissimi fotogrammi, a ben ventidue anni di distanza dalla Palma D’Oro vinta per Dancer In The Dark di Lars von Trier. Un cameo che chiude il cerchio considerato che la sceneggiatura di The Northman è stata sviluppata da Eggers assieme al poeta Sjón, collaboratore di lungo corso della musicista di Reykjavík e di recente in azione anche per il copione del sorprendente Lamb. La particolarità della storia, suddivisa in capitoli al pari di varie epopee in costume, è l’impianto della leggenda norrena riguardo al principe della Danimarca che ispirò Amleto, dai Gesta Danorum scritti nel XII secolo da Saxo Grammaticus, su riferimenti alla stessa tragedia di Shakespeare da essa derivata. Nell’Islanda dell’895 d.C. Amleth assiste appunto all’omicidio del padre e al rapimento della madre per mano dello zio e, anni dopo, tornerà come schiavo nei terreni in possesso di quest’ultimo pur di adempiere al suo giuramento di vendetta. Trovandosi costretto a scegliere, se esistesse il libero arbitrio, tra la gentilezza verso i propri familiari e l’odio per i propri nemici.
Prima parlavamo di pro e contro nell’innesco di questa ambiziosa nuova avventura di Eggers. Contro: la richiesta da parte dei produttori di rimettere mano al montaggio, “ridotto” a meno di centoquaranta minuti totali, e ai dialoghi, per renderli più accessibili. Richiesta che è stata affrontata con coraggio, senza trincerarsi dietro a eventualmente legittime intransigenze a priori. Ogni cosa procede in maniera abbastanza lineare: il fato, l’onore, il sangue versato e quello degli antenati tessono i fili del revenge movie vichingo. Non aspettatevi deviazioni che non siano di pur suggestivo contorno, come la conquista della spada, la Lama della Morte da sfoderarsi durante le ore della notte, previa sconfitta del gigantesco e horrorifico scheletro-zombie che la custodisce sottoterra. Eggers ha dichiarato che voleva realizzare il «film vichingo definitivo» (è stato replicato persino l’antico gioco con la palla chiamato Knattleikr), con numerosi altri eventuali rimandi, dai corvi di Odino allo spirito lupo di Beowulf, sino all’Albero della Vita e a Il re leone.
L’efficace colonna sonora, composta da Robin Carolan (Tri-Angle Records) e Sebastian Gainsborough (Vessel), rispecchia la connotazione materica della pellicola nonché la sua verosimiglianza storica, tanto che i due musicisti hanno impiegato strumentali tradizionali come tagelharpa, langspil, kravik lyre e säckpipa, ricorrendo comunque sia anche all’impiego di archi enfatici e ovviamente alla loro esperienza in campo elettronico. «Ti vendicherò, Padre! Ti salverò, Madre! Ti ucciderò, Fjölnir!» è il didascalico mantra ripetuto allo sfinimento da Amleth, un po’ ingenuo un po’ eroe. Il risultato è qualcosa che non è del tutto mainstream, non soltanto per via della violenza in atto, e non è nemmeno del tutto d’autore, perlomeno dell’autore cupo, arty e stravagante che avevamo imparato a conoscere. Nè indie né classico blockbuster.

Chissà se questa semplificazione possa aver inficiato sulla complessiva resa visiva, per forza di cose magniloquente in virtù della grandeur dell’operazione e apprezzabile, sia chiaro, ma mai davvero epica. Siamo lontani dal potere visionario dell’estatico Valhalla Rising, capolavoro di Refn, o dell’allegorico The Green Knight (Sir Gawain e il Cavaliere Verde) di Lowery. Eggers vola quando rappresenta iniziazioni bestiali e rituali attorno al fuoco. Le altre sequenze che rimangono impresse negli occhi sono quelle del primo, brutale assedio vichingo ai danni di uno sfortunato villaggio, tra fango e barbarie a profusione, e lo scontro finale tra i due antagonisti, ovverosia la resa dei conti alle porte di Hel, in mezzo a rossi fiumi di lava. I vulcani dell’Islanda, luogo delle riprese parallelamente all’Irlanda del Nord, simboleggiano quel che deve ribollire in superficie per mettere un punto definitivo alle vicende terrene.
Ciò che colpisce l’immaginario collettivo è poi la discesa dal cielo dell’immancabile valchiria, quasi avveniristica con le sue sembianze albine e i denti modificati da appariscenti solchi, a cavalcare verso un portale sull’altra dimensione che vorrebbe consegnare Amleth all’eternità. Un portale tra differenti dimensioni è stato aperto anche nella filmografia di Eggers, ed è nel nostro destino aspettare per scoprire dove ci porterà.
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