Recensioni

Durante una festa in una casa piena di adolescenti, un ragazzo di nome Duckett ha delle visioni e parla con quelli che sembrano spiriti. Poco dopo, accoltella all’improvviso suo fratello ferendolo e si suicida. Attorno a loro, i ragazzi riprendono tutta la scena con il loro smartphone. È un inizio col botto quello di Talk to Me, opera prima come registi e sceneggiatori degli youtuber Danny e Michael Philippou.

Un horror, questo, che si può vantare già del titolo di film distribuito dalla A24 con il più alto incasso di sempre (fino ad ora), ma che soprattutto si impone sulla scena come primo vero horror della Generazione Z. Non solo perché un brano della sua colonna sonora è diventato virale su TikTok (il remix di Richard Carter de La Foule di Edith Piaf), ma soprattutto perché è un racconto che ha come unico sguardo quello dei più giovani, che fa dei trend del social un importante veicolo di trama e in cui la tecnologia attuale si impone sulla scena fin dal primo momento. Talk to Me è, insomma, per la Gen Z quello che Ring di Hideo Nakata era per i Millenial. Un paragone sensato non tanto in termini di qualità (lo diciamo subito, Ring, quello vero, non il remake, era più bello), ma per dei meccanismi che entrambi hanno adottato in maniera molto intelligente.

La storia parte da uno dei trope più sfruttati del genere horror, quello delle possessioni. La protagonista, Mia (una bravissima Sophie Wilde) è ansiosa di provare a stringere una misteriosa mano mummificata, così come gli altri coetanei hanno fatto prima di lei – documentando ovviamente il tutto sui social. Nei video i ragazzi appaiono in trance, la curiosità è tanta, più scettica è invece la sua migliore amica, Jade, che crede che sia tutta una finzione. E invece qui è tutto reale, tutti i dubbi sono subito dissolti e non c’è mistero dietro la mano-medium, non c’è neanche il bisogno di nascondere la seduta spiritica (come capitava in altri film) perché tutto è ripreso per hype. È, insomma, la trasposizione in video dei creepypasta, le leggende metropolitane horror che, intorno al 2010, erano un vero e proprio fenomeno sul web. Proprio come lo era la videocassetta di Ring, il cui filmato però durava più a lungo di un reel di Instagram (anzi, di un video su Snapchat) ma era più simili a uno di quei video persi nei meandri di YouTube. E YouTube è stato proprio il punto di partenza dei fratelli Philippou, classe 1992, che sul loro canale RackaRacka pubblicavano cortometraggi di genere commedia dell’orrore.

Il primo grande salto al cinema fu nel 2014, quando il duo partecipò alla produzione di Babadook. Talk to Me, va detto, è molto più affine all’opera prima di Jennifer Kent che allo spirito horror di casa A24, più interessata ai riti, all’introspezione e a un immaginario visivo particolare. Anzi, si potrebbe dire che sembra un qualsiasi film uscito dalla Blumhouse Productions (Paranormal Activity, Ouija, Insidious) per il gusto dell’azione, degli jumpscare, per la regia senza manierismi ma girato con mestiere, per tutti quei dettagli che rendono la pellicola il classico horror popolare da gustare in sala.

Come già detto, il film adotta come unico punto di vista, quello dei ragazzi. Gli unici adulti presenti in scena non sono fondamentali per la trama e, anzi, hanno sempre uno sguardo giudicante o sono di troppo, come Sue, la madre di Jade e Riley, e il padre di Mia. L’unica figura adulta ad avere davvero un peso nella vita della protagonista è sua madre, presente sulla scena solo come uno spettro e morta improvvisamente due anni prima i fatti narrati. È in queste dinamiche tra ragazzi e genitori, ma anche tra fratelli e amici, che emerge il vero tema di Talk to Me: l’incomunicabilità. Non a caso due sono le frasi che Mia e gli altri pronunciano per entrare in contatto con gli spiriti: “parla con me” e “ti lascio entrare”. Ma qualcosa va storto quando Riley prova il gioco e non sono rispettate le uniche due regole, quella di non superare i 90 secondi e spegnere la candela che apre il varco agli spiriti. Da lì, va da sé, non proviene nulla di buono.

Riley infatti viene ricoverato, è quasi sempre in uno stato di torpore e, quando si rianima, cerca di suicidarsi sbattendo la testa. Nel frattempo Mia viene tormentata da delle visioni e viene man mano isolata, portando a galla tanti altri temi che purtroppo nel film vengono affrontati con superficialità (come la depressione). Per citare un altro horror di casa A24, Midsommar rappresentava perfettamente quel rito di passaggio, il processo di trasformazione che il lutto innesca nelle persone e che inevitabilmente le cambia. In Talk to Me questo viene fatto meno perché il film non vuole essere un horror “psicologico”, ma è da apprezzare il fatto che i registi non vogliono che la loro protagonista piaccia a tutti i costi, anzi. Mia è instabile, si contraddice, è insofferente, è insomma un’adolescente come tante.

È a questo punto della storia che il film comincia un po’ perdersi, perché i fratelli Philippou mettono in tavola tanti spunti di riflessioni sulle difficoltà che nascono in un periodo difficile come l’adolescenza, ma che nella struttura del racconto si perdono qui e là, come quello sui social media e l’utilizzo degli smartphone, elementi strutturali alla trama di cui non vengono approfondite le implicazioni psicologiche, la ricerca di approvazione e i tentativi di emulazione per appartenere a un gruppo. Forse la scena che più funziona su questo aspetto è proprio quella iniziale, perché quando il fratello di Duckett si accorge che tutti stanno filmando la scena, urla ripetutamente ai ragazzi di smetterla. Che è un po’ metacinema se pensate che molti, in sala (sia Gen Z che Millennial ad essere onesti), hanno il brutto vizio di fare una storia Instagram con i titoli di testa del film…

Al di là di questi temi di cui i Philippou accarezzano solo la superficie e un finale, a dire il vero, un po’ prevedibile ma comunque di impatto, Talk to Me resta il film horror più importante dell’anno, con un buon ritmo, che fa il suo (cioè sa essere inquietante) e soprattutto ha un’ottima performance attoriale, in cui finalmente gli adolescenti assomigliano a dei veri adolescenti e non a trentenni attraenti e fin troppo cresciuti per andare ancora a scuola.

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