Recensioni

In fondo, i danesi Efterklang ci sono simpatici, ma forse ci fermiamo qui, e con questo nuovo disco – il primo per City Slang – ci sembrano proprio confermare che per quanto si applicheranno, arriveranno sempre corti là dove sembrano voler arrivare: creare un sound personale all’incrocio tra chamber pop, elettronica patinata e post post post rock.
Come molte altre cose che giungono dalle aree scandinave, sono molto eleganti, i suoni sono lucidati a dovere e i buoni sentimenti non mancano (il disco scritto durante il lockdown, ma registrato vedendosi di persona per «recuperare il contatto umano»). Manca, come già rilevava Antonello Comunale all’epoca di Magic Chair (comunque uno dei loro dischi più di “successo”), il guizzo melodico che faccia finalmente davvero fiorire questo particolare pop. Perché, come è successo a una fase della produzione degli ammirati Radiohead, se punti al pop devi fare i conti con la scrittura delle melodie, e non può bastare una (bella) armonizzazione vocale da adagiare sopra al tappeto costruito dagli altri strumenti.
E non basta, a nostro modo di vedere, nemmeno andare a cercare fuori dalla proprio comfort zone le ispirazioni per andare oltre. Non basta, per dire, cercare un attacco che ricordi l’uso degli effetti vocali di Bon Iver, come avviene in Dragonfly, per sembrare sperimentali e far passare in secondo piano il fatto che del brano non rimanga niente se non un sapore lounge anni Novanta. Non basta nemmeno provare a incanalarsi nella strada a loop dei Seefeel (Live Other Lives, il cui video è – ovviamente – girato in 16mm!), mentre è un attimo accorgersi che i Nostri maneggiano la materia come dignitosi ripetenti. Non serve nemmeno andare a rovistare nella pentatonia orientaleggiante (una Lady Of the Rocks che sembra la versione peggiore del Peter Gabriel in fissa con la world). E non basta, ovviamente, nemmeno la comunque evidente bravura di The Field a salvare un brano, l’unico con un featuring, dall’anonimato.
Nella scheda abbiamo scritto che questo nuovo disco sembrava instradarsi nella continuità della loro proposta musicale. Ed è vero: lo stile è comunque riconoscibile e tutto è prodotto molto bene, equilibrato, pensato. Ma dopo tutti questi anni viene da pensare che questa sia la loro media, mentre Piramida assume i contorni di un unicum irripetibile. Sembrano uno di quei piatti che si trovano nei ricettari dietetici: non puoi mica dire che sono cattivi da mangiare, ma le soddisfazioni le trovi altrove.
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