Recensioni

Visto in tv la prima volta sembrava un figura mitologica, una sorta di centauro musicale di nuova generazione: un terzo folk singer, un terzo rock’n’roller, un terzo guitto. Non Bob Dylan, a cui tutti vorrebbero tendere in quegli anni, ma più Pete Seeger poiché più “verace”. In parte hobo, un po’ hobbit della Terra di mezzo rock, e in parte – gran parte – istrione partenopeo. Si chiama Edoardo Bennato, un mix esplosivo di parole alla dinamite, tic gutturali, mugghi, sillabare isterico, lemmi torturati. Sferragliare di dodici corde e soffiare come fosse l’ultima volta dentro uno o due aggeggi da suonare con la bocca rari per le nostre abitudini e latitudini.
La chitarra e l’armonica sono comunque facilmente decifrabili, e questo basta per fare gridare tutti “al Dylan, al Dylan!”. Compresa la mamma. Ma il tamburello a pedale? Il kazoo? Chi se l’aspettava un cantautore con questo armamentario? Da dove è uscito? Eppure, così improbabile, e unico nel panorama italiano, oserei dire internazionale, è entusiasmante. Più della classica ventata d’aria fresca. Un mezzo ciclone.
“Ma che bella città… ah, ah, ah, ah / Sento l’acqua alla gola… ah, ah, ah, ah”. Sembra colpito da una variante della sindrome di Tourette: invece di parolacce sciorina tutti questi “ah, ah, ah, ah”, “oh, oh, oh, oh”, “ih, ih, ih, ih”, “eh eh eh eh”, un branco di interiezioni allo stato brado. (Se andate nella sezione Testi del sito ufficiale di Bennato li trovate riportati esattamente così). Per il mondo della canzone italiana, per il paese del Bel Canto, una sorta di esperimento sfuggito di mano, uno scherzo della natura, inaccettabile al punto che l’immancabile burocrate privo di qualunque acume, nonché sensibilità, tale Salvini guarda un po’, un responsabile della Ricordi, mette al corrente il giovane cantautore che a sentire la RAI “la sua voce è sgraziata”, e dunque avrebbe fatto bene a tornare a fare l’architetto.
Eravamo abituati – Salvini in testa – ai cantautori schivi, corrucciati nel gesto e nel pensiero, portatori sani di rovelli ruminati in modalità sofferente. Vecchioni, De Gregori, Venditti, Guccini, De Andrè… poetici, ermetici, un po’ rachitici. Edoardo Bennato all’opposto è plugged. Elettrizzato ed elettrizzante non attacca la spina allo strumento ma a sé stesso. I sing the body electric.
Pensare che il cordone ombelicale lo vuole vicino agli ambienti del folk, della tradizione napoletana. E lo racconta, ammette il distacco senza sentirsi in colpa, lo canta in Rinnegato, uno dei brani distintivi dell’album di debutto del 1973, Non farti cadere le braccia. Disco nel quale peraltro Edoardo non dà pieno sfogo alla verve che lo anima, in parte non del tutto maturo, in parte frenato dalla Ricordi che guarda con un occhio al lato artistico, con l’altro anche più grosso ai canoni da fare rispettare per rendere il prodotto il più vendibile possibile.
Di fatto Bennato è un cantautore perché interpreta ciò che scrive, ma dissemina Non farti cadere le braccia di quelle mine canzonettare – ordigni già confezionati quando da metà anni ’60 scriveva brani per altri cantanti – che dovrebbero/potrebbero piacere a un pubblico più ampio ed eterogeneo di quello che ha a cuore il cantautorato del periodo nell’accezione più indomita: su tutte Non farti cadere le braccia, Lei non è qui…non è là con le parole di Bruno Lauzi che aveva già registrato il pezzo nel 1971, Una settimana… un giorno…, Campi Flegrei, Detto fra noi.
Poi, sul finire del disco, quasi a rappresentare un rito di passaggio, Un giorno credi e la già citata Rinnegato. La prima con le parole scritte da Patrizio Trampetti della Nuova Compagna di Canto Popolare, la seconda che nomina il fratello Eugenio e Roberto De Simone – che hanno suonato e arrangiato – anch’essi della NCCP: “Eugenio dice io sono un rinnegato perché ho rotto tutti i ponti col passato / Guardare avanti sì ma ad una condizione / che tieni conto della tradizione / Rinnegato, sei un rinnegato / Non ti conosciamo più”.
Un giorno credi Edoardo la inserisce anche nel disco dell’anno dopo, I buoni e i cattivi. Un brano sentimentale, malinconico, che sorretto dalla cospicua sezione di archi che ondeggia tra Vivaldi e Albinoni resta tanto bello (da meritare una trattazione a parte), ma qui più che mai fa a pugni con tutte le altre canzoni perché ora, nel 1974, Bennato ha temperato la matita dissacratoria, accentuato il tasso di corrosività col quale ha caricato le parole puntandole con mano ferma sul bersaglio grosso: le istituzioni, i luoghi comuni inveterati, le distorsioni populiste italiche che più si rivelano controverse più attecchiscono.
A parte Un giorno credi, Facciamo un compromesso – l’unica canzone d’amore, probabilmente un vero compromesso fatto con i discografici – e l’appena abbozzata Che fortuna, I buoni e i cattivi è un disco d’assalto, che spara anatemi ad ampio raggio prendendo di mira i capisaldi della retorica, i vizi e le disfunzioni di un paese rallentato nella celebrazione di ambigue figure, nella perpetuazione di discutibili cerimoniali e nel rinverdire di oltraggiose commistioni. Simboli di un potere stolido, spesso cieco e sordo al buonsenso e al bene comune, il cui corso appare pervicacemente immutabile, contro cui solo l’arte è rimasta – quando decide di mantenere dritta la schiena – a puntare il dito. Ad alzare la voce in modo pungente, col kazoo a spernacchiare gli apparati, e chitarra e tamburello a scandire il ritmo di una arrembante marcia di protesta popolare.
Bennato non fa sconti e non si nasconde. Forse non è il nuovo Masaniello che canterà Pino Daniele in Je so’ pazzo nel 1979, anche perché canta solo in italiano, ma certo la grinta del capopopolo non gli manca. Che mitiga nella lucida follia del jester, del buffone di corte, cui qualunque esternazione è concessa in virtù del suo ruolo di cantore – non di corte ma di piazza – con immunità. Almeno fino a quando i buoni che “hanno già fatto un elenco / di tutti i cattivi da eliminar”, non decideranno diversamente.
Alle sue frecce dalle punte imbevute nel sarcasmo non scampa il simbolo della retorica patriottica e dei nazionalismi esasperati, La bandiera: “Ama la tua bandiera / È la più bella che ci sia”, una fuorviante introduzione che giunge presto al ribaltamento di prospettiva e al vero cuore della canzone: “Guarda, lì c’è una bandiera / che non ha i colori della tua / Guarda quella gente, che non sventola la tua bandiera… ah / (…) Odia quella gente, che non sventola la tua bandiera”, cantata in un falsetto che ricorda, a proposito di napoletani, l’Alan Sorrenti di Aria e Come un Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto.
Un altro bersaglio centrato in pieno è quello dell’educazione “ad ampio raggio”, che può durare una vita intera, da bambino fino agli anni della responsabilità. Nella parodistica In fila per tre, che si dipana a ritmo di fanfara, il cantautore assume il registro vocale della maestra acida e forse zitella: “Vi insegnerò la morale e a recitar le preghiere”; poi del sergente di caserma: “Sei già abbastanza grande / sei già abbastanza forte / ora farò di te un vero uomo / Ti insegnerò a sparare / ti insegnerò l’onore / ti insegnerò ad ammazzare i cattivi”; infine dell’autorità responsabile dell’inserimento nel mondo adulto: “Ora sei un uomo e devi cooperare / Mettiti in fila senza protestare / E sei fai il bravo ti faremo avere / un posto fisso e la promozione”. Il ciclo della vita, ammonisce Bennato, si compie in una lista di obblighi preordinati, prestabiliti, prefissati. Con un esito, per noi italiani, sorprendentemente e tristemente valido prima, durante e dopo (cioè oggi): “E se proprio non trovi niente da fare / non fare la vittima se ti devi sacrificare / perché in nome del progresso della nazione / in fondo in fondo puoi sempre emigrare”.
Un finale agro che stempera, come accettazione della condizione irreversibile dello stato sociale del sud, nel fatalismo misto a nostalgia (per Napoli) di Tira a campare, dove per tre minuti il sarcasmo combat di Bennato non riesce a incunearsi. Per quello c’è Ma che bella città. “Sì è bella, lo so che è bella / È la mia città / Sì lo so che va di male in peggio / Sì lo so qui è tutto un arrembaggio / Qui si dice: ‘Tira a campare, tanto niente cambierà’ / (…) ‘Tira a campare’, non capirai / Pure io che son Dottore / che ho fatto l’università”. Insieme a Un giorno credi, un coro gospel sullo sfondo, Tira a campare è la canzone più accorata del disco, con un risvolto che sul finire ha l’accento, cosa unica per l’intero album, della rivincita morale: “E allora dico anch’io / ‘Tira a campare, è meglio qua’ / Qua almeno, bene o male / c’è ancora un po’ di umanità”.
I buoni, cantati nel trittico Bravi ragazzi, Uno buono, Arrivano i buoni, sono quelli cui Edoardo concede maggiore spazio. La prima sul potere imbonitore che giustifica ogni coercizione con la ragion di stato: “Per fronteggiare la situazione / c’è stato un programma alla televisione / Hanno parlato tutti gli avvocati / di tutte le bandiere, di tutti i partiti / Ed è stato proprio commovente vedere / tutti quei grandi sacrificare le proprie idee / in nome del bene della gente / Poi hanno dato severe istruzioni: di stare calmi e di stare buoni”; Uno buono, che ‘osa’ mettere sotto la lente di ingrandimento del Bennato più iconoclasta il suo concittadino Giovanni Leone presidente della Repubblica in carica: “Che tristezza, che abbandono / in quei posti dove… tu sei nato / (…) Fa qualcosa! Fa qualcosa! / Fa qualcosa! Fa qualcosa / se sei uno buono”; l’ultima, Arrivano i buoni, è una scarica di fendenti di dodici corde e affondi di kazoo (che sul finale accenna una sgangheratissima Faccetta nera) sulle teste dei salvatori della patria: “Arrivano i buoni! / Arrivano… Arrivano… / Finalmente hanno capito / che qualcosa qui non va / (…) Arrivano i buoni / ed hanno le idee chiare / Ed hanno già fatto un elenco di tutti i cattivi da eliminar / (…) Ma chi l’avrebbe mai detto / che erano così tanti i cattivi / da eliminar”.
Chiude il disco Salviamo il salvabile, da one-man-band, come Ma che bella città, e lo stesso di Arrivano i buoni: “Abbiamo fatto una bella riuscita / A questo punto / la mela è avariata / Io me la vedo brutta ma… / Salviamo il salvabile, eh / Per il momento sei tu / quello che da le carte / Però per tutti c’è un’unica sorte: tutti sulla stessa barca”. Parole attualissime. Per un tempo nel quale, il terzo millennio, è sempre più labile il confine tra il bene e il male, sempre più difficile distinguere tra I buoni e i cattivi. Dove “un giorno credi di essere giusto”, quello dopo “devi cominciare da zero”.
I buoni e i cattivi non vende granché. In fin dei conti l’Italia è un paese conservatore, arretrato e tradizionalista anche sul fronte musicale. Nel suo esplicito picconare i capisaldi dell’establishment, Bennato è troppo originale e diretto: il pubblico italiano che segue i cantautori non ha gli anticorpi per reggere la sua forza d’urto, per i rocker il napoletano ha la macchia di non imbracciare la chitarra elettrica, per gli amanti di Sanremo et similia è un poco meno di un UFO. In classifica il disco non entra tra i primi cento.
Per arrivare al n° 22 Bennato dovrà attendere il 1975 e Io che non sono l’imperatore. L’inizio di una cavalcata travolgente – e di un mutamento che lo renderà nel tempo meno ispido – che nel 1980, primo nel suo genere, lo porta a riempire gli stadi: 60.000 paganti a Milano, 50.000 a Torino; in totale mezzo milione di persone per tredici concerti. Che fatto l’adeguato rapporto coi tempi valgono le folle oceaniche che oggi muove “un” Vasco Rossi.
In occasione dell’attesissimo arrivo di Bob Dylan al Meazza, il 24 giugno 1984, battagliera direttrice di una scuola elementare, la mamma di Bennato non prese bene che ad aprire per la leggenda di Duluth ci fosse Pino Daniele (poi Santana). Sopraffatta da slancio materno misto a un eccesso di fiducia nei mezzi del figlio, e saltatale la mosca al naso, forse una vera e propria “tarantula”, la donna telefonò al regista napoletano Giorgio Verdelli – autore di documentari sia su Pino Daniele sia su Edoardo Bennato – lamentando “è mio figlio il Dylan italiano!”. Poi uno si meraviglia che Edoardo scrive e canta con sentimento Viva la mamma.
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