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Nessuno si sognerebbe di mettere in dubbio la forza e la freschezza dei versi di De Andrè, tanto meno col senno di poi di chi ha avuto la possibilità di scavare nel profondo delle canzoni di Faber, congelate nella storia dopo la sua scomparsa. Ma la musica? E’ disarmante constatare quanto poco si sia detto e scritto su un autore come lui, ottimo poeta, ma pur sempre un musicista.

Il problema dei cantautori della generazione degli anni ’60 – ’70 è stato quello di trascurare, per una urgente esigenza di comunicabilità, il lato musicale delle proprie canzoni-storie, mirando a un’essenzialità che favorisse la percezione dei testi. I Guccini di turno, i De Gregori (e chi più ne ha più ne metta) non hanno fatto altro che imitare fantomatici cantastorie post-litteram, rendendo piacevole con la musica ciò che, altrimenti, sarebbe risultato piuttosto ostico trasmettere alle masse: messaggi politici, sociali (e anche qui, chi più ne ha più ne metta).

Non De Andrè. Il cantautore genovese, profondo conoscitore di musica popolare, ha sempre considerato fondamentale il legame tra musica e poesia, l’interconnessione tra musicalità dei versi e potenza narrativa della musica. L’interesse filologico per generi popolari come la ballata, a partire dai suoi esordi, lo testimonia in pieno. Niente è lasciato al caso, niente è sottomesso alla parola. Come lo testimoniano anche l’incessante ricerca musicale, oltreché linguistica, culminata in capolavori come Creuza De Ma, e le svariate collaborazioni con gli ottimi musicisti di cui si è sempre circondato. Nicola Piovani, compositore che non ha certo bisogno di presentazioni, è uno di questi. Senza di lui un capolavoro come Non Al Denaro, Non All’Amore, Né Al Cielo non sarebbe potuto nascere, con tutto il rispetto per chi gli ha dato il nome.

Gli anni ’70, si sa, sono stati gli anni della liberazione musicale, della sperimentazione a 360 gradi. Il senso di apertura, le infinite possibilità che questo decennio ha portato con sé, hanno invaso tutti i generi musicali: il pop si sentiva in dovere di poter attingere dalla musica “colta”, le radio libere permettevano una diffusione più condizionata ai gusti che al profitto economico e il rock progressivo si ergeva a simbolo di questo continuo scambio tra piani fino ad allora troppo separati. Non Al Denaro… nasce in questo clima di trasformazione musicale, proprio nel momento in cui l’Italia apriva le porte al progressive britannico, cominciando a dialogare con le forme classiche e gli arrangiamenti orchestrali attraverso gli esperimenti di gruppi come Osanna, Area, New Trolls, Balletto Di Bronzo.

A modo suo, come sempre, con questo concept album liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River di E. L. Masters, De Andrè sembra voler omaggiare questi nuovi linguaggi musicali. Anche se aveva già affrontato la forma del concept album con La Buona Novella e Tutti Morimmo A Stento (ispirato alla Cantata settecentesca), in Non Al Denaro… Faber compie, musicalmente, un salto di qualità non indifferente. Gli arrangiamenti orchestrali, gli sviluppi tematici (come nel caso del motivo principale dell’iniziale La Collina, in continua trasformazione, come fosse il tema di una sinfonia di Brahms), la sovrapposizione di parti in forma di suite (la straordinaria Un Ottico, emblema di questa evoluzione musicale), l’uso di strumenti classici come clavicembali e violini, la dicono lunga sul lavoro musicale che sta dietro un album il cui giudizio è rimasto sempre troppo condizionato (non a torto, per carità, ma eccessivamente) alle tematiche umane e sociali legate ai personaggi descritti.

Personaggi che qui, a differenza dell’Antologia, diventano estremamente simbolici e possono essere raccolti in due tematiche principali, discostandosi dalla descrizione soggettivistica di Masters: l’invidia (Un Matto, Un Giudice, Un Blasfemo, Un Malato Di Cuore) e la scienza, con le sue contraddizioni etiche (Un Medico, Un Chimico, Un Ottico).

Gli uomini che “dormono sulla collina” di De Andrè sono strappati alla borghesia della piccola America di inizio Novecento e resi attuali, poiché, come lui stesso ebbe modo di dire “anche nel nostro tipo di vita sociale abbiamo dei giudici che fanno i giudici per un senso di rivalsa, abbiamo uno scemo di turno di cui la gente si serve per scaricare le sue frustrazioni”. Il suonatore Jones, l’unico a cui De Andrè lascia il nome originale (trasformandolo, però, da violinista a suonatore di flauto, probabilmente per ragioni poetiche) si divincola da questi stereotipi con la sua libertà, divenendo una sorta di alter ego dell’autore, troppo coscientemente peccatore per essere paragonato agli altri personaggi. Ma tutti, proprio tutti, come se la morte li avesse resi uguali “dormono, dormono, sulla collina”.

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