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7.2

Con quel titolo avrebbe potuto essere uno dei suoi innumerevoli dischi live (dieci dal ’90 in poi): ma uno l’aveva pubblicato l’anno scorso, quel Pubs & Clubs che azzardava qualche arrangiamento nuovo e qualche gioco meta-musicale, risultando così più interessante e motivato di altri. Questo è invece il nuovo album di inediti, dopo il poco ispirato Per brevità chiamato artista (2008). In realtà il titolo è insieme una probabile risposta agli annunciati ritiri di Fossati e Guccini (e in questo caso suona come “(ancora) sulla breccia”), sia la sintesi tematica della raccolta: al suo centro c’è infatti proprio la strada, come luogo colmo di significati e metafora polivalente esplorata nella sua varietà.

Il brano omonimo in apertura è già un primo assaggio, un campionario di umanità e situazioni varie condotto sulle consuete vie folk-rock alla Dylan (ma anche alla Green On Red, volendo), con una verve che da subito annuncia un’altra ispirazione rispetto al precedente. Ma – e qui sta uno dei principali pregi del disco – quello del pezzo iniziale è l’unico omaggio alla suddetta consueta maniera dylaniana: il resto della scaletta infatti, pur in uno stile comunque riconoscibile, azzarda suoni e produzione nuovi assecondando una penna in vena di divagazioni.

Se infatti restano alcuni “lenti” in stile classico, questi sono il bell’orgoglio operaio di Passo d’uomo e l’autoritratto, splendido, di Guarda che non sono io, uno di quei pezzi da canone nobile che compaiono spesso anche nei dischi tardi. Qui la strada è quella in cui l’artista, colto in un momento di vita privata, si confronta con il fan – ma soprattutto con l’idea distorta che l’ammiratore ha di lui: niente rancori, solo un avviso a non illudersi, rivolto senza snobismo né distacco in un pezzo il cui posto tra i classici non lo toglierà neanche un ritornello con vaghe assonanze Renga.

Il resto svaria nell’omaggio esplicito all’immaginario di inizio ‘900 di Belle Epoque, in cui la strada è quella in cui passeggia un Dino Campana giovane militare mentre intorno a lui passeggiano “le troie” (sic: niente scorrettezza sessista, solo mimesi del linguaggio della categoria e dell’epoca), condotta con un passo swing sornione vagamente Vecchio frack; nell’altra riflessione sull’artista di Omero al cantagiro, tra ritmi, ance e plettri tex-mex; o il valzer leggero, vagamente Italia anni ’50, di Showtime; nel calypso di Ragazza del ’95, anch’essa viaggiatrice (tra le solite citazioni disinvolte, vedi già il titolo dell’album); per chiudere con un’altra ballata, Falso Movimento, corteggiamento leggero e romantico ma al contempo adulto, come insegna da anni Leonard Cohen (musa meno dichiarata rispetto a Dylan, ma quasi altrettanto importante).

Se, come recita la title track, “dev’essere strada”, essa continua con passo dalla rinnovata energia.

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