Recensioni

Il 1982 è l’anno in cui l’Italia di Bearzot vince il Mondiale in Spagna. E’ anche l’anno in cui degli esseri alieni conosciuti come replicanti popolano l’immaginario di Blade Runner e da lì infettano il nostro. All’inizio degli anni Ottanta il futuro sembrava bussare alle porte, spifferando ventate di ottimismo e timore. Francesco De Gregori era già un cantautore riconosciuto, sette dischi sul groppone e grandi collaborazioni alle spalle. Tuttavia la musica leggera e cantautorale aveva trovato il proprio faro in dischi come La voce del padrone di Franco Battiato (pop post-moderno elettronico, ironico, surreale), concedendosi solo parzialmente all’ala “tradizionalista”.
Dunque, agli albori dell’edonismo reaganiano e del craxismo “da bere”, De Gregori se ne esce con un Lp che celebra la storia di un naufragio, uno dei più colossali fallimenti della storia: Titanic. Ma nel suo “prendere gli anni Ottanta contromano”, Francesco rientra sostanzialmente in carreggiata e si affida definitivamente alla musica popolare, propriamente detta. In Titanic cessa l’autoreferenzialità, le piccole vicende di un se stesso allo specchio, e trionfa l’abitudine (da lì in poi tutta de gregoriana) di raccontare circostanze epocali che toccano da vicino l’umanità. Non a caso, ad aiutarlo in questo percorso, accorre l’amica Giovanna Marini, già colonna portante della tradizione popolare della canzone italiana.
La spina dorsale di Titanic è costituita dal trittico L’abbigliamento di un fuochista–Titanic–I muscoli del capitano. Sono questi i brani in cui si racconta più da vicino la storia del RMS Titanic, del suo naufragio filtrato dal cantautore attraverso la lettura de L’affondamento del Titanic di Hans Magnus Enzenberger. Così l’artista si concede un ultimo scorcio su un’umanità spensierata, divisa marxianamente in classi (seppure a tratti felice) prima di far affondare tutto nelle fredde acque dell’oceano Atlantico. Dopo Belli Capelli, l’armonica scanzonata di Caterina (è la prima volta che De Gregori suona in un disco questo strumento) rievoca il periodo vivido del Folkstudio romano.
Francesco conobbe lì Caterina Bueno, folksinger fiorentina che ripose fiducia in lui appena ventenne, chiamandolo come chitarrista nel tour del 1971. Il suo modo di ricordarla “per i tetti di Firenze” è (insieme alla titletrack) una lezione memorabile di arrangiamento, equilibrio e pienezza. Il lato A, quello della quiete prima della tempesta, prosegue con La leva calcistica della classe ’68 (considerato da lui stesso uno dei suoi brani meno sinceri) e si chiude con L’abbigliamento di un fuochista, preludio perfetto al disastro: arpeggiato popolare, da balera, sull’emigrazione di un giovane proletario.
Da qui in poi, la nave si trasforma in un microcosmo, su cui passare la lente d’ingrandimento. I ritmi sudamericani di Titanic, i ragazzi di terza classe che “per non morire” se ne vanno in America, “l’amore che tira” la ragazza “innamorata del proprio cappello”, il continuo richiamo al ghiaccio come memento della fine…De Gregori sbeffeggia, con un inno a tutti gli effetti popolare (si cita Il naufragio della nave Sirio), la fiducia nel progresso. Sbeffeggia il futuro che viviamo, lo trasforma in squarcio apocalittico, lo capovolge con amara ironia: “andiamo avanti tranquillamente” “su questa nera nave che non può affondare”, dice incosciente il capitano. Gli speranzosi versi de I muscoli del capitano sono solo l’ennesima prova della vulnerabilità dell’uomo e delle sue tecnologie (dai Futuristi fino ai reaganiani).
Il Titanic affonderà nel 1912 (1500 i morti), 150 stelle “sono bombe che sembrano giocattoli / che ammazzano le persone e risparmiano gli scoiattoli”, mentre nel 1943 San Lorenzo viene distrutta e ricordata molto dopo dalle note del pianoforte della canzone finale. Titanic è molto più di un disco: è un brindisi amaro dal calice della Storia.
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