Recensioni

Dreamies, ovvero la storia meravigliosa di come un impiegato americano della classe media viene investito in pieno dagli anni ‘60, si trasforma in hippie e realizza il sequel di Revolution 9 dei Beatles nel suo scantinato.
Potrebbe essere riassunta così la parabola di Bill Holt e del suo Auragraphic Entertainment, pubblicato nel 1974 a Philadelphia sotto pseudonimo – Dreamies, appunto – dalla sua etichetta, Stone Theater Productions, e diventato negli anni oggetto di culto e feticcio di tutti gli amanti della outsider music. Basterebbe dire solo questo e lasciarvi intatto il piacere dell’ascolto, approfittando della nuova ristampa, come sempre curatissima, da parte dell’etichetta spagnola Guerssen, ormai una certezza; ma si tratta di una vicenda così bella e singolare, e di un’opera altrettanto affascinante nella sua unicità, che val la pena andare un po’ più a fondo.
Originario di Claymont nel Delaware, a poco più di vent’anni Holt è il tipico figlio dell’America middle-class: la scuola cattolica, la carriera (responsabile marketing alla 3M, esperienza descritta in un’intervista come la serie Mad Men – ma anche un po’ The Office, a veder le sue foto dell’epoca …), la casa, la macchina, il mutuo; una vita preconfezionata come un cibo surgelato, come quella di Dustin Hoffman ne Il Laureato (sempre parole sue).
Tutto cambia il 22 novembre 1963, quando una voce alla tv interrompe le trasmissioni per annunciare che il presidente Kennedy è stato assassinato a Dallas. E poi il terrore rosso, lo spettro della Guerra Fredda e l’incubo di un imminente olocausto nucleare, gli altri omicidi politici e la guerra nel Vietnam: tappe attraverso cui si consuma, nel giro di pochissimo, la perdita dell’innocenza di un’intera nazione. Ma è anche una fase di cambiamenti epocali: la “grande rivoluzione culturale americana”, accompagnata – naturalmente – dalla musica dei quattro da Liverpool, che entrano nell’immaginario collettivo tanto quanto i presidenti e i viaggi spaziali.
Tutto questo travolge e scuote anche Holt, che alla fine del decennio finisce per abbandonare il lavoro nell’illusione strampalata di poter vivere una vita bohemienne, coltivando – come tanti – sogni d’artista alimentati dalla marijuana e da frequentazioni hippie. Non è un vero e proprio musicista, ma suona la chitarra e ha un certo senso della melodia e della composizione; anche se ne scrive qualcuna, le canzoni però non sembrano interessarlo particolarmente. Si lascia invece affascinare dalla musique concrète e dall’idea di poter utilizzare i suoni più disparati per comporre quadri alla maniera di Magritte e Picasso, ma con i suoni; più che John Cage o Stockhausen, a indicargli la via è però il collage sonoro di otto minuti approntato da John Lennon e Yoko Ono per il pre-finale del White Album.
Revolution 9, quella che per generazioni di ascoltatori è sempre stata la traccia più divisiva e skippata del catalogo dei Fab Four, diventa il telaio su cui Holt può tessere la sua grande narrazione psichedelica da consegnare ai posteri, la sua versione per orecchie della grande rivoluzione culturale americana, compressa in due facciate di vinile titolate rispettivamente Program Ten e Program Eleven, in evidente continuità numerica con il pastiche beatlesiano.
Auralgraphic Entertainment è un’opera ben studiata e congegnata, messa insieme nel corso di un anno durante lunghe notti allietate dall’erba – ma in realtà da tempo preparata e premeditata. Allo scopo, Holt si munisce di due registratori (un TEAC 3440 e un Revox), un mixer a quattro piste (pensa che saranno sufficienti, se Sgt. Pepper’s è stato realizzato così…), una drum machine, una chitarra folk Ovation, un sintetizzatore Moog Sonic Six (usato sia per melodie che per effetti sonori); un’impresa casalinga di artigianato sonoro che richiede pazienza e perizia, tanto nel tagliare e incollare manualmente i nastri quanto nel risolvere complicanze dovute alla presenza di fruscio (un problema molto comune quando si effettua la riduzione per liberare una o più tracce per effettuare delle sovraincisioni).
Frammenti registrati direttamente dalla tv (discorsi presidenziali di Kennedy e Johnson, il verdetto contro Jack Ruby, l’assassino di Lee Oswald, telecronache di match di boxe…) convivono con rumori e found sounds (il popcorn che scoppietta, il canto dei grilli, un vetro che si rompe, un pacco di fiammiferi che viene acceso e brucia ininterrottamente…), mentre scampoli di canzoni dei Quattro (da Hello, Goodbye a I’ve Just Seen A Face, da Magical Mystery Tour a Oh! Darling… scovarle tutte fa parte del gioco) entrano ed escono dal mix in un flusso psichedelico che non è altro che il riflesso della mente, allucinata e lucidissima insieme, dell’autore.
Un mare altrimenti indistinto di suoni da cui emergono, solitarie e scheletriche, tre canzoni per chitarra acustica, voce e synth, a scandire la narrazione onirica ritornando in pattern ripetitivi e circolari, rendendo infine quello che sarebbe soltanto un esperimento ambizioso un disco di avanguardia pop. Holt non le cita nemmeno in copertina, ma si cura di riportarne titoli e testo – solo di due, curiosamente – nell’inserto: la dolente e malinconica Sunday Morning Song (fondata su accordi discendenti e dissonanti di matrice indubbiamente lennoniana – l’avremmo vista bene campionata dalla Beta Band nella loro Squares al posto di Daydream dei Wallace Connection…), la minacciosa e tesa The User (tra certi Genesis coevi e il bucolico di All Things Must Pass) e la deliziosamente psichedelica The Ride (Syd Barrett e i Pretty Things, avvolti da vortici di synth); il tutto sposando un’attitudine che gli inglesi definirebbero senza problemi progressive, comprendendo in tale termine i Tangerine Dream, i Pink Floyd e, perché no, il nostro Battiato (quello di Fetus e Pollution per intenderci).
Per essere in sostanza un’autoproduzione, il risultato è davvero stupefacente, sia nella qualità del suono sia nell’utilizzo dello spettro stereo: tutto scorre secondo uno disegno che ha delle indubbie qualità musicali e compositive (l’assenza di percussioni o di ritmo è in tal senso una scelta precisa), in modo che le due facciate risultano avere un proprio carattere (Program Ten ipnotica, ossessiva e sognante, Program Eleven più avventurosa, rumorista e sperimentale), in una densità di texture e di stimoli uditivi che si rivelano sempre diversi ad ogni ascolto e per ogni ascoltatore.
Holt stampa duemila copie del disco, affidandone la grafica a un’agenzia pubblicitaria: la copertina richiama il design di una confezione di cereali (incidentalmente, “dreamies” è lo stesso nome dei sogni in pillole immaginati da Isaac Asimov nel racconto del 1955 Dreaming Is A Private Thing), con slogan che oscillano tra lo psichedelico (“Strange new fun for your head”) e – toh! – il beatlesiano (“A splendid time is guaranteed for all”).
Pur riuscendo a circolare nell’area di Philadelphia grazie alle vendite per corrispondenza e ricevendo anche qualche recensione positiva all’uscita, l’album è inevitabilmente destinato al suo fisiologico status di culto; dopo appena quattro anni di vita hippie, al suo autore non resta che abbandonare le proprie velleità artistiche e reinventarsi come installatore di sistemi d’allarme domestici.
Nel tempo, Auralgraphic Entertainment ha assunto uno status semi-leggendario tra i cultori dell’outsider music, in modo non dissimile da Standing Stone di Oliver, altra opera cardine del genere con cui condivide non pochi tratti in comune (sebbene i rispettivi autori non saranno mai entrati in contatto tra di loro – ma i mondi che hanno immaginato, sì); status amplificatosi con l’avvento del web e con una prima ristampa nel 2006, anno in cui l’ex-impiegato ed ex-hippie pubblica il sequel Program Twelve a nome Bill Holt’s Dreamies, sigla con cui tutt’ora produce la sua musica.
Nel suo accadere serendipico, del tutto fuori dai grandi meccanismi e nomi della storia della musica per come la conosciamo, e nel suo trascendere i confini dell’avanguardia mescolandoli con la cultura pop, questo piccolo classico ha certamente ancora molto da dire – e molto da ispirare, di questi tempi altrettanto gravidi di cambiamenti epocali.
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