Recensioni

Ci sono due annose questioni che riguardano il tonfo delle piante abbattute: se faccia più rumore un albero che cade rispetto a una foresta che cresce e se faccia davvero rumore un albero che cade quando nessuno lo sente. Di solito la risposta al primo quesito è abbastanza certa: fa più rumore un albero che cade rispetto una foresta che cresce. La soluzione del secondo problema, invece, è più dibattuta ma non mi addentrerei nella disputa filosofica. Proviamo, però, ad applicare queste domande alla musica, adattandole con qualche libertà. Fa più clamore un disco che recide i legami con il passato o tanti dischi che crescono nel solco della tradizione? E se un disco non viene ascoltato da nessuno esiste davvero?
Innanzitutto, partiamo da un dato banale: un disco non è un albero. È di vinile, è piatto, non ha né rami né radici. E se conti i solchi non riesci a calcolare il numero dei suoi anni. Il disco possiede, però, una qualità particolare: suona. Naturalmente, può suonare una musica orribile o una musica magnifica, a seconda dei casi e dei gusti. Ma cerchiamo di rispondere alla prima domanda. Se un disco prende le distanze dal genere di partenza acquista rilievo rispetto ai tanti dischi ancorati ai modelli di riferimento? Beh, logicamente, non vige una regola assoluta in materia. Esistono dischi innovativi che non hanno lasciato traccia e dischi canonici che hanno cambiato la storia. La qualità, infatti, per quanto al centro di mille discussioni, resta il fattore più importante.
Arriviamo, quindi, al secondo quesito: se un disco non ha un pubblico è davvero un disco? Qui la faccenda si fa più complessa. Prendiamo il caso limite: un disco realizzato in un’unica copia di prova ma mai mandato davvero in stampa. Dal punto di vista materiale, quel disco esiste. Chi possiede l’esemplare in questione può tenerlo in mano, metterlo sul giradischi e ascoltarlo con piacere. Insomma, qualsiasi disco, anche se realizzato in un’unica copia di prova, ha almeno un potenziale ascoltatore. Che sia l’artista, il produttore o il discografico, poco importa. Dal punto di vista storico, però, quell’acetato è solo la testimonianza di un progetto incompiuto. Perché un disco senza un pubblico, di fatto, non è un disco.
Passiamo a una casistica più frequente. Le autoproduzioni, almeno quelle di qualche decennio fa, talvolta, hanno una tiratura bassa, di venticinque, cinquanta o cento copie. E spesso ne risultano vendute soltanto poche decine. Nonostante il numero degli ascoltatori sia così esiguo, il disco esiste sia fisicamente che socialmente. Il progetto, in effetti, esce dalle mani dall’artista e finisce nelle case degli appassionati. Certo, si tratta di un pubblico ristretto, ma è pur sempre un pubblico. E proprio la differenza tra avere o non avere un pubblico separa una prova da un’opera. Naturalmente, esistono anche dischi stampati con una buona tiratura da case discografiche di una certa grandezza e finiti, all’epoca della loro uscita, sugli scaffali di una ristretta schiera di ascoltatori. Ma il discorso è grossomodo lo stesso.
Tra i dischi meno noti della musica britannica di inizio anni ’70, è particolarmente interessante Standing Stone di Oliver. Oliver Chaplin registra una serie di canzoni, nella sua fattoria in Galles, nei pressi delle Preseli Hills. E, grazie all’aiuto di suo fratello Chris, tecnico del suono della BBC, completa il progetto nello studio del BBC Transcription Services di Londra. Nel 1974, esce, così, a nome Oliver, Standing Stone, un’autoproduzione di duecentocinquanta esemplari. Il disco ha la copertina tutta blu e le scritte poco intellegibili. E nel titolo rende omaggio a un menhir preistorico della zona. Le copie vengono vendute, perlopiù, ad amici e conoscenti, a prezzo di costo. Ma Chris ne regala alcune ai dj della radio. In particolare, Alan Black di Sounds of the Seventies dimostra un certo apprezzamento per l’album ma non può trasmettere i pezzi nel suo programma perché Standing Stone non è distribuito in modo ufficiale. Allora Chris si accorda con Donald Vanrenen della Virgin Records per mettere qualche copia in conto vendita nel suo negozio. Ma l’occasione sfuma perché Oliver si disinteressa del destino dell’opera e parte per un viaggio in Grecia. E, al suo ritorno in Galles, si mette a lavorare in fattoria. Fine della storia.
Pur non essendo disponibile nei negozi, Standing Stone ha un suo pubblico. E viene addirittura stampato in una seconda edizione con la copertina verde per ovviare al problema della scarsa leggibilità delle scritte. Con il passare degli anni, poi, riemerge nei mercatini delle pulci e diventa un oggetto di culto. Viene, quindi, ristampato a più riprese da Tenth Planet/Wooden Hill, Prog Temple e Guerssen. Ma non prende quota soltanto in virtù della sua rarità. Fin dagli anni ’90, esperti del calibro di John Peel e Phil McMullen esaltano le qualità di quel capolavoro sconosciuto. E, più recentemente, il giornalista Byron Coley è uscito con un’attenta disamina sull’argomento.
Standing Stone è, infatti, un meraviglioso monumento all’eccentricità. Un disco sui generis di folk e blues, in cui tutti gli stilemi tradizionali vengono rivoltati sottosopra. Un disco di tarda psichedelia con un uso esasperato degli effetti, applicati sia alla chitarra che alla voce. Ma anche un disco sperimentale, con un impiego creativo di rumori ambientali e versi animali. In Standing Stone, da una parte, si gioca con certe caratteristiche della musica angloamericana, alternando riletture originali e stravolgimenti radicali del patrimonio popolare. E, dall’altra, vengono percorse le strade più coraggiose dell’avanguardia, non per raffinati intellettualismi ma con intuizioni naïf. Così i colpi di martello e gli squilli del telefono, il cinguettio dei parrocchetti e il ronzio delle api si mischiano ai rumori creati ad arte maneggiando molle e recipienti. Oltre alle stramberie, però, nell’album trovano spazio anche strumenti canonici come il piano e il flauto e, soprattutto, la chitarra, così effettata da rasentare l’astrazione. La parte ritmica, poi, in qualche episodio, è talmente asciutta da assomigliare al beat di una batteria elettronica anche se è eseguita, in maniera artigianale, con mezzi di fortuna. E, infine, svolge un ruolo centrale la voce. Una voce grottesca, talvolta trattata elettronicamente, che rende spesso incomprensibili i testi delle canzoni, forse per una sorta di sfiducia verso l’idea stessa di comunicazione.
In effetti, Oliver è un artista isolato che registra da solo, in ambito domestico, materiale a bassa fedeltà. Insomma, è un one-man band che fa home recording in lo-fi, in un periodo in cui queste espressioni non sono ancora alla moda. Ma è anche un fruitore abbastanza distratto della musica altrui. Nonostante, per parlare di Standing Stone, vengano tirati in ballo paragoni di ogni tipo, da Captain Beefheart a Syd Barrett, Oliver, da ragazzo, ascolta con attenzione principalmente Robert Johnson. Negli anni della sua formazione, poi, frequenta i folk club e i festival rock, ma non è un fanatico musicale. E forse, anche grazie a questa sorta di distacco dal resto della scena, riesce a creare una musica fuori dagli schemi. D’altra parte, però, non si può dire che sia davvero solo neppure nell’atto creativo. Perché, in una fase preliminare, si esercita alla chitarra a oltranza con suo fratello Giles. E, in quella conclusiva, si avvale dell’esperienza da tecnico del suono di suo fratello Chris, che, oltre a mixare, aggiunge ulteriori effetti alle tracce. Tengono, poi, compagnia a Oliver le api, in un alveare sotto il cornicione, e i parrocchetti, in una casetta in giardino. E, per il musicista, il loro contributo alla registrazione è così importante da meritare una menzione nelle note di copertina.
Infine, intorno ai fratelli Chaplin, esiste un contesto. Innanzitutto, il microcosmo familiare: la porzione di spazio tra la fattoria e il menhir nella campagna gallese, al tramonto del mondo rurale. E, in secondo luogo, il macrocosmo nazionale: il Regno Unito, in grande difficoltà per la crisi energetica, con il modello capitalistico al buio e senza benzina. In mezzo, tra la fattoria e la Capitale, gli hippie, nella loro fase calante, cercano di trovare un punto di contatto tra l’era dell’acquario e l’epoca dei druidi, festeggiando il solstizio d’estate nel sito archeologico di Stonehenge. Nonostante alcune pietre del cerchio provengono proprio dalle Preseli Hills, le colline vicine alla fattoria della famiglia Chaplin, la distanza tra Oliver e il resto della sua generazione sembra abbastanza netta. Standing Stone poggia su un contrasto affascinante tra il desiderio di vivere nella natura e la voglia di sperimentare con la tecnologia. Nelle canzoni, si parla, senza soluzione di continuità, di primule e di moto, di polli e di telefoni, di colline e di autostrade. E il menhir, a cui è dedicato il disco, non conserva alcun significato esoterico ma è solo un altro elemento del paesaggio. Standing Stone non è, quindi, un disco generazionale. Un disco in cui si possa sentire rappresentato qualcun altro a parte il suo autore e, forse, suo fratello. Ma è una collezione di istantanee stralunate di un hippie eccentrico nel suo piccolo eden.
Oliver Chaplin, in effetti, non è soltanto diverso dai cantautori affermati di quella stagione ma anche dai colleghi rivalutati a posteriori. Lasciando da parte il caso eccezionale di Nick Drake, artisti come Bill Fay e Vashti Bunyan dimostrano un approccio completamente diverso alla materia. I loro dischi dell’epoca sono classici mancati che rasentano la perfezione formale. E i loro brani, così legati a una certa costruzione melodica, sono fonte di ispirazione per musicisti più giovani come Jeff Tweedy e Joanna Newsom. L’arte di Oliver, invece, si basa su un’idea stravagante di scomposizione e ricomposizione della forma canzone. E le sue bizzarrie non stimolano emulazioni di nessun tipo. Non esiste, ad oggi, una sola cover di un pezzo di Standing Stone. E, tra i chitarristi delle generazioni successive, solo Jonny Halifax cita Oliver tra i suoi riferimenti. Eppure il numero degli estimatori cresce, ogni anno di più.
Il valore di una copia originale dell’album ha raggiunto la cifra record di seimila euro e la ristampa Guerssen è andata alla grande. Rispetto a Time of the Last Persecution o Just Another Diamond Day, Standing Stone è semplicemente di un’altra categoria. Non è un seme piantato sotto la neve ma un albero caduto nella foresta. Certo, sul momento, la cerchia dei testimoni era molto ristretta. E il rumore è rimasto sommerso dallo strepito dei tanti alberelli che crescevano tutt’intorno. Ma quel tonfo sordo, a decenni di distanza, fa ancora eco.
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