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7.5

Il riverbero continuo di una lacrima incastrata tra le ciglia e le palpebre mi ha fatto molta compagnia senza mai darmi fastidio per gran parte dei trentasei minuti di L’improbabile piena dell’Oreto. Anzi, sembrava quasi non ci fosse e invece era sempre lì, e, alla fine, è lentamente caduta; è la lacrima figlia di un disco che si evolve dando sfogo a sentimenti che spesso vorrebbero tacere e cambiare voce, ma alla fine emergono e fioriscono perché così vuole la Natura. Antonio Dimartino mi sembra un artista paziente, uno che, oltre lo sguardo comodo e possibile, osserva la natura con un punto di vista diverso, tale da far emergere in filigrana quella bellezza della regolarità geometrica che si fa magia e gioco. Uno sguardo che sa cogliere la realtà del reticolo dietro le cose, per poi farle diventare canone compositivo di quelle che diverranno immagini della nostra mente.

Dopo un ritorno fisico alle proprie radici, da Milano alla sua Palermo (pardon Misilmeri), la traiettoria artistica di Dimartino ha nuovamente incontrato quel linguaggio, tutto personale, fatto di sinestesie e variazioni beat, che lo caratterizza fin dagli esordi, un codice confidenziale e intenso che scorre esattamente come l’acqua di un fiume, manifestando una piena emotiva dall’autenticità folk e depositando una narrazione attenta e flemmatica. Non vi è frenesia né ricerca della frase a effetto fra i drappeggi liquidi dei dieci brani del disco. Dimartino sceglie il sentiero più desiderato, eppure meno battuto: costruire la memoria di un suono, i suoi tormenti, i suoi piaceri, tessendo la cronaca emotiva e sociale di una geografia tanto reale quanto immaginata. In questo nuovo disco appare tangibile una sorta di devozione che il talentuoso cantautore siciliano riversa nei confronti della natura, amica, sorella, madre, fonte di suggestioni, qualcosa di lontanissimo dalla velocità contemporanea di chi ricerca e costruisce artificialmente risultati di successo e algoritmi propizi.

Questa è la storia di un uomo, e del fiume – l’Oreto attraversa Palermo come una ferita – che lo ha accompagnato nel corso della vita: nell’infinito che ci attende tutto svanisce, nell’attimo prima di andare via, in quella partenza senza ritorno che attraversa i suoi occhi, nel candore pallido che si imprigiona sul suo volto un po’ stanco. Antonio Dimartino dimostra di avere una dote sempre più rara: la grazia. Quella che si confà agli antichi poeti trecenteschi, la grazia di chi osserva la vita e ne parla con modi sinceri, gentili e dolcemente spietati. La grazia di chi dice la verità pur sapendo di rimanerne ferito. La grazia e il candore di chi, pur cambiando pelle e sperimentando mondi nuovi, tocca antiche realtà e le trasforma in oro. Un Re Mida dinoccolato e barbuto che con L’improbabile piena dell’Oreto confeziona un antidoto potente e dolcissimo a quella che ci sembra una vita sempre più artefatta.

Un disco che suona come una sparizione necessaria, un impasto stellato di chitarre acustiche, archi indispensabili nella creazione di un dinamismo gentile, cori femminili, nebulizzazioni elettroniche e liriche rarefatte. Dimartino, con una scrittura essenziale e visionaria, nei dieci brani del disco omaggia la grande tradizione cantautorale italiana, creando poesie fra il grido e il sussurro di un tono soave, vicino al Lucio Battisti di Umanamente uomo: il sogno (primo lavoro con la Numero Uno, la stessa etichetta del siciliano, nonché disco la cui copertina ricorda profondamente questo piccolo live). Meravigliosa Incoscienza, in odor di Satie, ammalia e stupisce, con quel senso di stupore sparso come polvere magica lungo tutto l’ascolto, l’estasi benefica che non dovrebbe mancare mai né a chi la musica la fa né a chi la ascolta. Un’eufonia liquida che si ritrova tanto ne L’oro del fiume quanto in Fluire degli argini, brani che godono di code che si trasformano nell’apertura del brano successivo: non ci sono stacchi, non c’è violenza, nella natura ininterrotta di un disco che lavora per sottrazione, nel narrare il prodigio del quotidiano.

Un disco liberissimo anche nella struttura, che travalica il pop, seppur riuscitissimo, di Afrodite, presentando brani molto lunghi, momenti strumentali piccolissimi e un’attenzione alla forma canzone filtrata però da uno stile narrativo che guarda al folk, alla musica per immagini, a una forma di contemplazione moderna e antica insieme.

L’improbabile piena dell’Oreto coinvolge l’ascoltatore perché lascia il tempo di svilupparsi lentamente, per accumulo di riverberi, per minime correnti emotive. L’ascolto del disco si trasforma allora in attraversamento, deriva cosciente, sosta mentale. Alla fine dei trentasei minuti si ha come la sensazione di aver visto qualcosa passare sul fondo, qualcosa che riguarda il ricordo, la perdita, la grazia breve delle apparizioni. Come territori instabili, siamo il confine che rappresentiamo: Storia della mia rabbia raccoglie il mistero di chi si interroga costantemente su di sé, esplorando sotto la carne e dentro i nervi fino a scivolare, quasi per vergogna, nella gestualità sacra di Contemplare il cielo attraverso le dita, che sembra rileggere gli scritti di Ernesto De Martino e il suo mondo magico, i suoi rituali descritti come spazio di creazione.

Dimartino oggi nuota sempre più disinvolto e trasparente, trasportando un disegno emotivo e poetico che arriva prima ancora di una canzone; un atteggiamento che è promessa di luce nel buio nero di un paese fantasma. Quanta meravigliosa consapevolezza.

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