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8.5

“I am an Antichrist”, urlava sguaiatamente la voce del ‘Notorious’ Johnny Rotten nel 1976. Ormai lo sappiamo, era una grande truffa. Eppure, non troppi anni dopo, la musica del XX° secolo fa conoscenza con un vero Anticristo, e stavolta non è uno scherzo (*). È The Litanies of Satan, l’esordio su album di Diamanda Galás, uno dei personaggi più inquietanti usciti nel dopo punk dei primi anni ’80.

Di origini greche ma nazionalità americana, Diamanda nasce nel 1955 a San Diego e mostra fin da bambina una notevole predisposizione alla musica; studia piano classico e jazz e forma la sua vocalità pazzesca (4 ottave di estensione), ironia della sorte, nel coro gospel diretto dal padre. Padre che vorrebbe incoraggiare il suo talento pianistico, ma che non ha fatto i conti con la personalità polemica e anticonformista della ragazza; ai tempi dell’università, dove studia musica e arti visuali, Diamanda inizia a frequentare i movimenti d’avanguardia e diventa performer teatrale. E in quella veste debutta, in Francia, per la precisione al Festival di Avignone del 1979, nel ruolo di protagonista dell’opera Un jour comme un autre di Vinko Globokar, dove già si fa notare per le sue doti canore fuori dal comune.
Mentre prosegue la sua carriera a teatro, Diamanda Galás comincia ad avvicinarsi in modo più deciso alla musica. La sua prima apparizione su disco in realtà è anch’essa del 1979; ma l’album non è suo, bensì di Jim French (si intitola If Looks Could Kill). L’esordio effettivo esce su Y Records il 25 febbraio del 1982, ed è un vero e proprio choc. The Litanies of Satan è talmente fuori dagli schemi che anche risentito oggi, a oltre 40 anni di distanza, causa nell’ascoltatore uno stupore alieno.

Il disco è composto da due lunghi pezzi, uno per lato del vinile, per un minutaggio complessivo di poco più di mezz’ora. Les litanies de Satan è un poema di Baudelaire e riveste un ruolo centrale nella famosa raccolta I fiori del male; il suo contenuto sacrilego, con un’iterata preghiera a Satana che viene invocato in luogo di una figura religiosa positiva, all’epoca scandalizzò non poco, e va detto che a distanza di oltre un secolo il suo impatto è ancora fortissimo. Galás di par suo, recitando (in un discreto francese) i versi della poesia, contribuisce ad alimentare una tensione drammatica e blasfema sempre più stratificata. Inizialmente la voce è nuda, scandita solo da un tamburo che annuncia ogni verso; poi cominciano gli effetti terrorizzanti – sibili, voci filtrate, inserti elettronici: insomma atmosfere da film horror – mentre la voce di Diamanda acquisisce una petulanza ossessiva che cresce a poco a poco e tocca il parossismo in un climax di delirio rumoristico.

È una vera e propria discesa agli inferi, non c’è dubbio. Successivamente, lo spazio è tutto per la performance vocale dell’artista, che mostra il suo valore tra stridori, strepiti, urla, scatti rabbiosi, acuti impossibili, e poi si decuplica in mille sovrapposizioni che fanno pensare a come potrebbe suonare un manicomio per cantanti di lirica in preda alla logorrea. Il seguito, ovvero la seconda faccia del vinile, si intitola Wild Women With Steak Knives, ma è ancora più significativo il sottotitolo, che recita The Homicidal Love Song For Solo Scream, e che è probabilmente la migliore descrizione che se ne possa fare. In pratica, l’esplorazione vocale della seconda parte di Litanies è portata a un livello superiore; e non c’è altro, se non Diamanda che espone un campionario di soffi, abbaiamenti, isterie, balbettamenti, risate, urla selvagge, singhiozzi, gorgoglii, sussurri, ansimi. Eccetera. A questo punto sarebbe bello dire che in queste performance si trovano tracce di forme musicali note, per quanto trasfigurate. No. Nel 1982, un’esperienza vocale così estrema non ha termini di paragone.

Entrambe le suites, peraltro, sono state uno spettacolo teatrale, e possiamo solo immaginare quanto possa essere stata sconvolgente l’esperienza di vedere Diamanda in quelle performance; già la sua immagine – pelle marmorea, occhi chiari e penetranti, atteggiamento di sfida – è in partenza abbastanza intimidatoria, figuriamoci su un palco. Per tutti questi motivi, The Litanies of Satan si può ritenere nella sua semplicità un disco che dice già tutto dello stile di Diamanda Galás. Negli album successivi questo stile si sarebbe affinato, accompagnandosi a musicalità più articolate, ma l’impatto violento e dissacratorio della sua autrice non sarebbe mai venuto meno, che sia nella trilogia della Masque of the Red Death (1986-88), nel controverso album Plague Mass (1991) che critica la gestione dell’epidemia di AIDS, nel curioso ma godibile esperimento pop di The Sporting Life (1994), in compagnia dell’ex Led Zeppelin John Paul Jones, o nella produzione più recente, in cui la cantante sembra quasi aver fatto pace coi suoi demoni, confrontandosi con un repertorio di brani classici, e riscoprendo al contempo la sua bravura di pianista.

(*) Nel suo album The Divine Punishment (1986) c’è un pezzo dal titolo estremamente esplicito: Sono l’Anticristo.

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