Recensioni
Diamanda Galás
Diamanda Galás
All the Way
At Saint Thomas The Apostle
-
Marco M. Boscolo
- 8 Aprile 2017


Il brivido è ancora tutto qui, nella voce di Diamanda Galás. A distanza di quattro decenni dall’esordio, il graffio urticante della sua voce e la sua potente visione musicale continuano a essere una meravigliosa anomalia all’interno del panorama musicale internazionale. Dopo uno iato lungo quasi un decennio, l’artista greco-americana torna con ben due dischi che mostrano intatte forza espressiva e interpretativa.
All The Way è una raccolta di personalissime interpretazioni di standard jazz e blues. Il tono è quello, marchio di fabbrica della ditta Galás: pianoforte e voce da mezzo soprano che viene usata come uno strumento, sacrificando l’intelligibilità del testo per incidere nel suono nuovi significati alle parole. È una raccolta di cover, verrebbe da dire, come se si trattasse di un album di una jazz singer che sceglie in libertà che abito mettere, perché conta la propria personale interpretazione (e sull’unicità di quella di Diamanda Galás, c’è poco da discutere). Echeggia per certi versi l’operazione dell’ultimo Bob Dylan, quello che pubblica un triplo disco di omaggi alla tradizione americana, un artista che non ha bisogno che di una scusa per mettere in scena la propria grande opera: se stesso. È in fondo la visione della musica e del mondo di Diamanda quella che emerge tra un classico blues reso celebre da Chet Baker come The Thrill Is Gone, la trasfigurazione del traditional O Death secondo la sua personale visione del jazz, Round Midnight e un brano finale che, messo in bocca a lei, non può non sembrare beffardo: Pardon Me I’ve Got Someone to Kill.
Il secondo album è una registrazione live del 2016 realizzata nella chiesa di Saint Thomas di Harlem, NYC, ed è forse il meglio riuscito dei due perché l’acustica atmosferica del luogo conferisce agli staccato del pianoforte e ai riverberi della voce sfumature più profonde, come di una materia sonora più lucida e levigata. È un viaggio dentro le voci di tre poeti, l’italiano Cesare Pavese, il tedesco Ferdinand Freiligrath e il francese Gérard de Nerval, ma ci troviamo anche due canzoni di Jacques Brel (Fernand, Amsterdam), e un traditional dilatato e sulfureo (O Death, sì: la versione live dello stesso brano di All The Way) che, assieme a una rivisitazione di Angels di Albert Ayler, fanno da punto di contatto con gli standard del disco gemello. I temi, per una abituata a occuparsi dei demoni dell’AIDS e a posare il proprio sguardo scuro sugli abissi delle tragedie umane, sono inevitabilmente un romanticismo che finisce nella tomba (Artemisis di de Nerval), lo spirito risorgimentale (Freiligrath era associato al movimento della Giovane Germania, l’equivalente della Giovine Italia mazziniana) che pare sbattere brutalmente il muso con il nazionalismo becero dell’attualità, e una riflessione sulla morte per bocca di un poeta a modo suo tragico e politico (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Pavese).
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