Recensioni

6.5

Non sono mai piaciute le mezze misure all’ellenico-americana
Diamanda, e questo la rende degna di stima a prescindere. La Serpenta
ha cantato rarissimamente il rock in modo (semi) convenzionale,
nondimeno regalando in compagnia di John Paul Jones il suo disco migliore nel ‘94, The Sporting Life.
Non fraintendete: serve, la Galas, come del resto sono importanti i
suoi progetti e le sue ricerche, coraggiosi oltre il limite. Proprio lì
sta la questione, nel confine sbeffeggiato più che superato, irriso
fino a inoltrarsi tra fantasmi e sofferenze, torturando le malleabili
corde vocali di cui natura matrigna l’ha dotata, lungo la scala da
vagito a muezzin. Si tratta di lande abitate da Patty Waters, Meredith Monk e Cathy Berberian alle prese con la tragedia classica e il sabba, con psicodrammi divenuti esorcismi. Che sia Herrman Nitsch il suo strizzacervelli?

Ritrovate
tutto anche in questo lavoro, registrato dal vivo per sola voce e
pianoforte a New York e Auckland nell’arco del biennio 2005-06,
composto di classici martoriati come una Long Black Veil che il licantropo Waits apprezzerebbe e quella Down So Low che dici soul a bagno nello spiritual ma come poteva scriverlo Kurt Weill; il sole fa capolino per un breve secondo durante Interlude (Time),
prima che Diamanda strattoni le tende di velluto nero stizzita. Roba
che stare in una buca di pece fiammeggiante preoccupa molto, ma molto
meno. Entrateci, se volete: poi sono cavoli vostri.

Si
intrattiene un unico possibile rapporto con questo album: lo si ascolta
(poco) per non scordare quanto le rose e i fiori non appartengano a
questo mondo di disastri, apocalissi e classici jazz appesi per i piedi
a dondolare (Autumn Leaves). Se poi ce n’è un altro, di mondo,
ho perso la voglia di chiedermelo e occorreranno giorni perché ritorni,
se mai lo farà. Un viaggio al termine di molte cose, Guilty Guilty Guilty: del blues, della pazienza, della sofferenza. Ma non della notte che ci ingoierà tutti.

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