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C’è un virus che intacca lo spettatore di oggi. Lo fa con facilità, senza tanti ostacoli, o sistemi immunitari pronti a debellarlo. Un virus minuscolo, anzi invisibile, che passa da un’anima all’altra, senza bisogno di contatto diretto. Non c’è tosse, starnuto, temperatura elevata tra i suoi sintomi, ma un istinto di rivolgere il proprio sguardo verso il passato, immergersi in attimi persi e recuperati attraverso lo scorrere di un nastro, di materiali di archivio, di oggetti tangibili che rimandano magicamente indietro, ad anni che a posteriori investiamo di felicità, gioia, serenità. 

Beatles ’64 non vuole essere un antidoto, o un analgesico a tale virus, ma un suo complice: vuole aumentarne i sintomi, favorendone la diffusione tra corpo, mente e cuore. Il racconto del primo tour dei Fab 4 negli Stati Uniti, con la storica performance all’Ed Sullivan Show, è solo un espediente per sviluppare un discorso molto più profondo atto a soddisfare questo bisogno sempre più impellente e condiviso di ricercare nello sprazzo di attimi passati, una felicità che tanto fatichiamo a ritrovare nel momento dell’oggi.

The Beatles - Beatles '64
I Beatles in partenza per l’America

È un film di montaggio quello diretto da David Tedeschi (e prodotto dagli stessi Paul McCartney e Ringo Starr, insieme ai figli di George Harrison e John Lennon e Martin Scorsese) un lavoro certosino di taglia e cuci atto a imbastire un abito documentaristico impreziosito da momenti inediti e pieni di emozioni. Senza alcuna intermediazione esterna di narratori in voice over, Beatles ’64 lascia al potere dei materiali di repertorio e ai ricordi di chi quei momenti li ha vissuti sulla propria pelle, la narrazione di attimi così carichi di cambiamento e rivoluzione. Dietro ogni ragazza emozionata davanti all’Hotel Plaza, che corre lungo i binari, o che tenta di intrufolarsi tra i corridori degli alberghi, si nasconde infatti un grido liberatorio dalle costrizioni sociali che la tenevano prigioniera.

La Beatlemania non è solo un fenomeno di derivazione musicale, quanto una rivoluzione di carattere sociale e antropologico senza precedenti. Per la prima volta i giovani si percepivano come tali: allegri, liberi di divertirsi, giustificati a urlare, ballare, cantare, senza differenze di età o status sociale. “Non sapevamo da dove venisse quell’affezione per quella musica” viene infatti rivelato nel corso del documentario; “per quello urlavamo. Perché tutto si generava da un processo non verbale”. Un fenomeno, quello della Beatlemania, sostenuto da adulti e genitori che per quanto ancora immuni dalla febbre dei Fab 4, trovano in quella gentilezza di aspetto, un elemento di conforto.

The Beatles '64
I Beatles a Washington

Scesi da quell’aereo, con la borsa Panam tra le mani, John, Paul, George, John e Ringo si mostrano agli occhi dei famigliari come i bravi ragazzi che portano le figlie al ballo di fine anno. Lontani da quella sperimentazione portata avanti in album come il White Album, Abbey Road o Sgt. Pepper, i Beatles di She Loves You conquistano per la loro carezza musicale, e non più per una mossa di bacino come Elvis. Sono la sicurezza, la gentilezza, e non più quella tentazione che la società bigotta del tempo temeva e da cui rifuggiva. La loro è una musica lontana dai conflitti tra uomo e donna, muovendosi sull’onda di versi inclusivi, dove tutti potevano ritrovare sprazzi di sé, al di là delle barriere di genere, di età, di origine.

Quella che scorre al ritmo della musica dei Beatles è dunque una potenza universale che il documentario disponibile su Disney+ riesce a restituire senza forzature, ma attraverso un semplice, ma attento, raccordo di montaggio. Mariah Rehmet è una sarta impeccabile delle inquadrature; riesce a unire e far dialogare tra loro attimi cronologicamente lontani, eppure emotivamente così vicini, evitando disarmonie, ma enfatizzando ogni parola, personaggio, emozione, trattenuto nello spazio di una cornice cinematografica.

Beatles ’64 è dunque un’opera che coglie nel segno, lo fa con una semplicità, prendendo per mano lo spettatore e così inserirlo negli inframezzi di momenti che grazie alla magia del cinema possono adesso ritornare a vivere. Un documentario per i fan che parla finalmente dei fan, di quella branca così indispensabile per il successo degli artisti e così spesso ignorata nei vari documentari musicali prodotti e realizzati.

I Beatles - Ed Sullivan Show
I Beatles al The Ed Sullivan Show

Eppure, se questo sbirciare nei materiali d’archivio fa volare a un tempo lontano, di attimi invasi dalle urla di ragazze che forse per la prima volta sentono la bellezza dell’essere giovani, il documentario di Tedeschi trova comunque un sassolino che lo fa inciampare. Escludendo le interviste rilasciate dagli stessi Beatles, molte delle voci raggiunte sono infatti quelle di uomini e donne appartenenti al firmamento artistico, sia esso musicale, o cinematografico (come David Lynch). Per quanto interessanti e illuminanti, dietro a questa scelta si nasconde un’occasione mancata: poter ascoltare le (dis)avventure vissute da fan ordinarie, che quei momenti li hanno vissuti sulla propria pelle, inciampando, spingendo, cadendo, sarebbe risultato molto più stimolante e coinvolgente. Certo, di interviste concesse da persone sconosciute, tra passanti e ammiratori, alle emittenti televisive del tempo, questo patchwork ricostruito in maniera intelligente non se le fa mancare. Ma sono video di repertorio, e non frammenti mnemonici ripescati dal baule dei ricordi da fan ormai divenuti grandi, maturi, diversi e sempre uguali da quelli che urlavano al solo aprirsi di porte e portiere.

Per un’America che ancora si sentiva sporcata dal sangue di John F. Kennedy – come sporco era il golfino di Jackie poco dopo l’attentato al marito – l’arrivo dei Beatles a New York ha in un qualche modo pulito quella ferita, permettendo il processo di cicatrizzazione. Ed è forse per questo che la Beatlemania ha saputo investire anche gli Stati Uniti, perché coinvolgente, allegra, mai lasciva. Una dose di felicità per un paese che ha dormito per anni al buio; disilluso, impaurito dall’avvenire, ora è un paese illuminato da urla potenti. Le stesse che investono lo spettatore di Beatles ’64, tra video restaurati in bianco e nero, e interviste di chi, con la forza del ricordo, magicamente torna giovane, pronto a suonare, brillare, correre, urlare.

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