Recensioni

“L’attesa è valsa ogni minuto”. Sono le ultime parole del comunicato stampa che annuncia l’uscita del nuovo disco di Peter Gabriel. Vediamo un po’. Fanno, compresi 5 anni bisestili, 11.098.080 minuti. Undici milioni novantotto mila e ottanta minuti di attesa. Una cifra ragguardevole, dalla quale si evince che Peter Gabriel non è il più alacre dei musicisti. Dal 1977 al 2023, in 43 anni – usiamo una unità di misura più facile da tramutare in calcoli – ha registrato la miseria di 10 dischi in studio. Otto di materiale nuovo. “Intartarughendosi”, o per dirla in italiano corretto rallentando sempre di più. Dal 1977 al 1982 quattro album, roba da fiatone. Il quinto è arrivato dopo quattro anni. Il sesto dopo sei. Il settimo dopo 10 anni. Poi, come tenere il riscaldamento al minimo in casa d’inverno, due accrocchi di cover. Infine, a 21 anni di distanza ecco i/o, “input/output, perché tutto è interconnesso” ha spiegato p/g (lasciatemi scriverlo così almeno una volta, dopodiché mi arrendo alle esigenze dell’algoritmo).
Il tempo nel quale vostro figlio, se nato nel 2002, data di pubblicazione di Up, è cresciuto fino a essere adulto, se iscritto all’università e bravo studente, probabilmente laureato. Ha impiegato il tempo di una generazione, Gabriel, per scrivere e incidere 12 nuove canzoni. Di certo la sua arte non fa rima con frenesia. Con l’ansia di produttività che sta soffocando il genere umano. Con queste premesse il seguito di i/o, facendo due rapidi calcoli sulle medie passate, come si fa per le previsioni meteorologiche, e continuando il trend del dilatarsi della pausa tra un disco e l’altro sin qui, il disco dopo i/o potrebbe giungere intorno all’anno 2050. Un traguardo che sembra davvero lontano. Forse irraggiungibile per molti di noi. Ergo, meglio concentrarsi su i/o, ennesimo titolo risicato della discografia del musicista: il lupo perde il pelo ma…
Ma indipendentemente dalla parsimonia letteraria che lo prende al momento di battezzare un disco, a Gabriel non si può rimproverare il mancato gusto per il coup de théâtre. Fin dai tempi dei Genesis, che fosse lo studio di registrazione o il palco, ha sempre provato a inventare qualcosa in grado di arricchire la musica, la performance, di aumentare la somma del valore delle parti.
Per i/o ha pensato di anticipare il disco rendendo disponibile ogni singola canzone che lo compone con frequenza cadenzata – mensile – affiancata dalla release di un video/clip come sempre mai banale. Si tratta di un’altra spallata al senso di attesa e meraviglia che rappresentava il vinile, e poi il cd. Il piccolo mondo di vita a ritmo di musica, conchiuso ed esaustivo, confinato in un oggetto. Un kit di salvataggio, o di semplice svago, così come concepito, per le più svariate occasioni. Ma questa è la società liquida, dove tutto sfugge tra le dita, e anche la musica si divincola.
Per rendere il gioco più eccitante, ha pensato Gabriel, lo svelamento di ogni canzone è coinciso con la Luna piena: il cantante ha disposto i dodici brani confluiti in i/o su un filo lungo un anno di pleniluni, da gennaio a novembre (perché nell’atipico agosto l’evento si è verificato due volte). Una sorta di serie TV traslata in musica dagli appuntamenti fissi basati su un ciclo naturale. Ma non finisce qui. Tutti i brani hanno una doppia versione: il Bright-Side Mix e il corrispettivo Dark (Ma nel box cornucopia programmato per l’8 marzo 2024 c’è anche – udite, udite – un non meglio definito In-Side Mix).
C’è il Full Moon Club per gli iscritti, cui Gabriel si rivolge come “lunatics” (niente sollevazione da parte dei floydiani?), ma le ragioni che lo hanno spinto a scandire le release secondo la fase lunare sono più profonde e hanno a che fare con la preoccupazione dell’artista per lo stato del pianeta e la speranza per l’umanità di riconnettersi a esso: “Un modo semplice di pensare al nostro posto (nel mondo) è guardare il cielo e la luna”, ha detto. Aggiungendo che ottenere un brano alla volta “è come ricevere un mattoncino del Lego e assemblarlo”. Ogni volta che alzerete lo sguardo e vedrete la Luna piena, ha continuato, saprete che c’è un brano nuovo. Quale modo migliore – a impatto zero, oltre che economico – per fare pubblicità?
i/o, per venire al punto, è un disco che fallisce – o se il termine vi sembra troppo forte cancellate e sostituite con espressioni come “non convince del tutto” e “insinua qualche dubbio” – in quella “ricerca” di cui sì è detto in precedenza, ma in realtà andata persa da tempo. Da quando Gabriel ha trovato una formula dalla quale non riesce ad affrancarsi.
I ritornelli avvincenti di Panopticom e Road To Joy, la sing-a-long i/o, rimandano a quanto già fatto con brani come Steam, Kiss That Frog, Sledgehammer. The Court, This Is Home, Live And Let Live, sono il compito fatto con la testa alle molteplici distrazioni (“Tanti affari in sospeso”, canta Gabriel in So much).
Le “africanate” fiacche e risapute: se Rhythm Of The Heat era un terremoto fisico ed emotivo (uno dei tanti del periodo), Olive Tree fa il verso al Paul Simon “comedian” di You Can Call Me Al; e un po’ tutta la ritmica di “importazione”, da continente nero edulcorato/globalizzato della quale Gabriel non riesce più a fare a meno, è diventata un cliché.
Ci sono dei picchi, i brani per distacco più belli dell’album: più lunghi, dall’architettura multipla, come Playing For Time (riguarda “il tempo, i ricordi, invecchiare, se siamo prigionieri del tempo oppure se esso può liberarci”, dagli echi di Here Comes The Flood), e la toccante And Still, scritta con in mente la madre – così come Father, Son era stata scritta per il padre – morto sei anni prima, intrisa di suggestioni che vanno dalla classica alla musica del anni ’40, quella che sentivano i genitori.
E canzoni di buona fattura come l’intimista e sofferta Four Kind Of Horses, iniziata per un disco di Richard Russell, fondatore della Excell Records, poi rimasta nel cassetto, e quando ripresa e completata diventata una riflessione sull’intersezione esistente tra religione, violenza e terrorismo; come So Much, accorata dissertazione su vita, morte, e il tempo che inesorabile segna le vite, che andando in controtendenza rispetto al resto del disco fa centro liberando zavorra nell’arrangiamento; e ancora l’eterea Love Can Heal che Gabriel ha definito “un pezzo da sogno esperienziale, il cui titolo può sembrare un vecchio slogan da hippie, ma io ci credo davvero, è un elemento chiave: se le persone sentono interazione, calore, generosità, se sono parte di qualcosa di vivo e non isolate, è molto più probabile che facciano qualcosa di buono o siano in grado di offrire di più donandosi, e questa è la mia esperienza”.
Sembra che Gabriel, alla ricerca del pelo nell’OVO, si sia incaponito più all’aspetto tecnico/sonoro che su quello musicale. Affidandosi a un apparato elefantiaco, dilatando ogni cosa a una dimensione “ultra”, da raider of the lost perfection.
Il suo primo disco è il più aspramente criticato, causa la supposta ridondanza del lavoro di produzione di Bob Ezrin. Sessioni che Gabriel ricordò “veloci, eccitanti e calde”. In quella occasione che conobbe Tony Levin; dunque qualcosa di buono resta. Giusto o sbagliato che sia il giudizio su quanto fatto dal produttore canadese, tra i maggiori fautori di un approccio più “delicato” al mondo sonoro di Gabriel ci fu Robert Fripp, così convincente da spingere l’amico a mettergli in mano le redini della produzione del secondo album. Il leader dei King Crimson optò per una soluzione dry, e a tutt’oggi II (o Scratch), registrato con una manciata di addetti ai lavori, suona brillante e all’altezza della fama del fresco ex-Genesis, benché ancora alla ricerca di una identità. Una filosofia, quella del less is more, che Gabriel deve avere condiviso, fino a ridurre all’osso il brano che più di ogni altro, in concerto, ha rappresentato il suo vessillo: quel Here Comes The Flood che chiudeva il disco di debutto e un passo alla volta è stato ridotto sul palco all’essenziale, voce e tastiera. Un pensiero che il musicista, evidentemente, non condivide più (così come Here Comes The Flood non è più nella scaletta live).
Dietro a i/o c’è una città: oltre ai soliti noti che accompagnano Gabriel in sala e on the road da tempo immemore (David Rhodes, Tony Levin, Manu Katché), sono stati radunati Richard Russell, il pianista Tom Cawley, i trombettisti Josh Shpak e Paolo Fresu, la violoncellista Linnea Olsson e il tastierista Don E. La figlia Melanie e Ríoghnach Connolly ai backing vocals, e due gruppi corali per intero che sono esattamente dei vicini di casa: il Soweto Gospel Choir, e il coro svedese maschile Oprhei Drängar.
Poi Oli Jacobs, Katie May e Richard Evans; e la New Blood Orchestra diretta da John Metcalfe che arrangia anche. Inoltre Brian Eno. E per finire Mark ‘Spike’ Stent che Gabriel, per dare idea della differenza tra i due approcci al doppio missaggio, ha definito come “un pittore” e curato il Bright-Side Mix; mentre Tchad Blake responsabile del Dark-Side Mix ha additato invece come “uno scultore”. Un progetto che punta tanto – forse troppo, perdendo in spontaneità – sul risvolto acustico, in considerazione del fatto che le statistiche dicono che il 60/70% delle persone consuma musica attraverso le cuffie. Che non significa necessariamente avere una platea che tende alla ricerca della riproduzione perfezione: perché il timore è che il grosso di quella percentuale potrebbe essere rappresentata dalle cuffie dei cellulari e di altri dispositivi portatili usati per alleggerire routine e fastidiosi compiti (palestra, jogging, faccende di casa, etc.), invece di essere output per sofisticati impianti stereo sempre più rari.
Viene da chiedersi come facevano, in un tempo del quale lo stesso Gabriel ha fatto parte lasciando tracce indelebili, una manciata di persone in tutto, tra musicisti e tecnici compreso l’addetto alla preparazione del tea delle 5 pm per l’intero team, con 1/100 della tecnologia odierna e pochi giorni di registrazione a disposizione, ci si domanda in che modo queste risicate pattuglie riuscivano a completare dischi memorabili. La cosiddetta “urgenza” del rock non è più faccenda di Peter Gabriel. Il musicista è entrato in una dimensione diversa. La maturità dell’artista, gli slanci e la voglia di rischiare (artisticamente) che affievoliscono, si fondono a quella dell’uomo.
Il mastodonte i/o è testimone di uno status (anche economico: l’impiego delle risorse per la realizzazione non è da tutti) raggiunto tanto all’interno del mondo della musica – e non del sottoinsieme del rock – quanto della società in genere: la sua è una figura che va oltre il musicista di genere e diventa pubblica, che può “permettersi” di comparire sulla copertina di Mojo o sulla prima pagina del The Times con la stessa naturalezza. Se per lungo tempo Gabriel è stato “preda” della mutazione, ora le metamorfosi è completata: musicalmente non ha più necessità/capacità di stupire, di cercare nuove strade espressive – i due discutibili dischi di cover una sorta di vezzo d’autore, risposta alla necessità di coprire un buco nel vuoto commerciale che si stava dilatando troppo –, di sfamare la brama di ricerca di un tempo ormai lontano. Per contro si può sposare la tesi che se da i/o riverberano più cose sentite che novità, è per effetto del valore aggiunto del marchio di fabbrica, della “voce” dell’artista che afferma un equilibrio che a questo punto non ha più ragione – o modo – di progredire (laddove possibile) e/o semplicemente cambiare.
Al di là di come si voglia interpretare “strutturalmente” i/o, la sua veste musicale, resta – ed è importante – il senso della parole cantate da Gabriel, e il disegno del mosaico che vanno a comporre.
Osservando le storture della società e il potenziale dell’umanità con occhio indagatore ma anche compassionevole – il sistema dell’informazione menzognera (Panopticom), della giustizia ambigua (The Court), le distorsioni legate ai credo religiosi (Four Kind Oh Horses); il turbine di sentimenti, ricordi e tumulti interiori (Playing For Time, So Much, And Still); la rinascita fisica e spirituale (Road To Joy) – il filo rosso che fornisce sensibilità alla struttura del disco come un midollo spinale, è il concetto di unione globale (esplicitato da i/o, Olive Tree, Love Can Heal, Live And Let Live): “siamo tutti parte di una unica cosa e della natura – ha dichiarato Gabriel –, circondati da una intelligenza-non-umana con la quale fare i conti ed entrare in comunicazione, perché qualcosa essa ci sta dicendo”. E insistendo sul concetto aggiunge: “Un altro argomento di questo disco, adatto ai tempi, è cercare di non giudicare le cose in modo binario, bene/male, ma vedere ogni cosa come parte del tutto e se c’è modo di combinare tutto per fare un passo in avanti; (…) ma ora viviamo in una società dove si cerca di allontanare le persone, in parte perché c’è un gioco commerciale nel mantenere l’attenzione, e quando i siti web ci fanno innervosire, arrabbiare, ci rendono prede o predatori, e polarizzati nel giudicare, piuttosto che accettare, tollerare e cercare punti di contatto, ed è pericoloso”.
Spirito senziente, Gabriel si interroga sullo stato delle cose. In fin dei conti ha degli eredi, e si sente responsabile per quello che lascerà loro – oltre la sicurezza economica – in termini di mondo, di società, di futuro che prova a delineare auspicando e spingendo per una presa di coscienza collettiva. Le grandi menti, dalle anime altrettanto vaste, fanno questo. Lanciano messaggi per risvegliare le coscienze. Quando è il caso denunciano, puntano il dito. Ma sanno che è la Luna che va guardata.
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