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6.9

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.” Dargen e chi scrive amici sempre, Amici mai: ma nel solo senso che proprio a ciò che si vuole bene si deve fare le pulci. Dargen D’Amico, creatore di un mondo abbastanza tutto suo, qui riprende quel suo portamento che secoli fa, era il tempo dei due EP fratelli gemelli, D&D, avevamo definito neomelodico. Giochi di ruoli.

Quello che intendiamo adesso è che JD esplora ossessivamente l’idea di tormentone popolare intimista terrone e tamarro. Dargen D’Amico cavalca la facilità di enunciare, pilota automatico in loop nei momenti migliori, sopra una serie di pezzi un po’ tutti uguali (divisi tra mélo ballereccio e indolente agrodolce, tanto che alcuni momenti ricordano cose come Perturbazione, Pacifico, Fabio Concato addirittura), tutti appiccicosi comunque, inseguendo la chimera di un incontro tra Filicudi, Milano e Napoli. Cantuatorapper, poetamarro. Poeterrone. Una chimera retrorap anni ’90 e (retro)canzone anni ’80-’00.

Lo spoken della conclusiva Ipertesto collega l’avant di Musica senza musicisti con quello di Nostalgia istantanea, spruzzando il tutto, sicuramente per la prima volta, di Elio e le Storie Tese. Detta così sembrerebbe una merda fotonica, e invece no. Tutti i pezzi hanno come minimo qualcosa di interessante, valido o bello per farsi ricordare, con l’eccezione di quell’occasione sprecata portata a Sanremo, AI AI, messa all’inizio di tutto. Appagato, Dargen, integrato, sì, non riesce comunque del tutto a scappare da se stesso.

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