Recensioni

Approda per la prima volta nei teatri Dargen D’Amico, a presentare con una nutrita formazione l’ultimo Ciao America, che contiene tra l’altro Onda Alta, portato dal poliedrico artista classe 1980 all’ultima edizione di Sanremo. Batteria, percussioni, basso, sax, clarinetto, corno, viola, violoncello, chitarra acustica ed elettrica e tastiere:questi gli strumenti dell’ensemble, diretto con maestria da Diego Maggi, che veste con nuovi colori pezzi che, soprattutto nell’ultimo disco, hanno mostrato una veste prevalentemente elettronica.
Restano i luccichii sfavillanti e sintetici di certe soluzioni timbriche, ma in ogni traccia si aggiungono dettagli, vuoi nel groove, vuoi nella fioritura di arrangiamenti sempre puntuali e creativi e che non fanno perdere un grammo di freschezza e di capacità di coinvolgere alle canzoni sui generis di quello che una volta era un rapper e ora è un artista pop nel senso migliore del termine. Capace cioè di scrivere testi al tempo stesso arguti, su temi anche delicati (si veda appunto la hit di cui dicevamo sopra) e che però contengono ritornelli da mandare facilmente a memoria, pienamente radiofonici.

Non ascoltando la radio se non Radio 3 non ho idea di quale sia il passaggio di Dargen nell’etere ma resta il fatto che la maggior parte dei suoi pezzi hanno il pregio di riuscire a mettere insieme, lo dico tagliando con l’accetta, ascoltatori che seguono Radio Deejay, universitari, thirty-something e attempati e appassionati melomani che frequentano tutt’altri lidi come il sottoscritto. Il flow sghembo e zeppo di invenzioni linguistiche, satori, scarti e metafore di Jacopo si adagia agilmente su pezzi che in questo nuovo habitat fioriscono in mille direzioni diversi, dalla disco-funk alla salsa cubana.
Il concerto presenta una scaletta che pesca un po’ da tutto il corposo repertorio del nostro; tanti i momenti salienti: dall’euforica elegia (l’arte di D’Amico vive anche di contraddizioni e ossimori) Ama noi (“Ma nonostante tutto non c’è tristezza in questa stanza/ perché il mondo è talmente brutto che non ne rideremo mai abbastanza) alla rivisitazione in chiave tunz di La Bambola di Patty Pravo, numeri pop languidi e luminosi come Patatine (dal penultimo album Nei sogni nessuno è monogamo), citazioni di Mozart, dei Led Zeppelin, e tanto altro: una giostra di versi memorabili (“L’Italia di notte è la mia sala prove”, “Amo Milano perché è un giardino degli Emirati e siamo tutti immigrati. Amo Milano perché si consegna tutto a domicilio: il cibo, le donne, un figlio”).

Si tratta di musica pop leggibile su più livelli, appetibile al primo morso eppure articolata e profonda, capace di svelare altre prospettive e un’attitudine personalissima, come dichiarato ad esempio in Come l’Italia e San Marino da Di Vizi Di Forma Virtù del 2008:”Ti amano se rimani immerso in apnea, submarino e l’immenso rimane solo un’idea, se non abbandoni il rap bidimensionale, col peso delle collane che tieni al livello del mare. Ma tutta quella umidità è un ostacolo per l’inchiostro che cerca il blocknotes, abbi un po’ di rispetto per l’inchiostro e sappi che solidifica solo ad alte quote. Di me ho capito questo: do titoli diversi, ma è sempre lo stesso testo”.
Un rap che sguscia in canzone e caracolla scappa, scivola, scalcia, scovando accenti imprevedibili, sostenuto da musiche che pescano nello sterminato serbatoio della miglior canzone italiana (affatto casuale il riferimento che lui stesso fa a Dalla), mantenendo gli occhi aperti a tutto quanto gira intorno, senza inutili paraocchi tra alto e basso. Il risultato è scintillante e giustamente premiato da un sold out. “Io quello che credo che i punti di vista possano cambiare le stanze. Io quello che credo è che da qualche parte ci sia una risposta gigante. (Io, quello che credo, da D’Io, del 2015).
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